2.500 licenziamenti, un funerale annunciato, e tre mesi di "tavoli" che non producono nulla.
5 settembre 2026
S i parla di "cronaca di una morte annunciata". Aigi annuncia 2.500 licenziamenti collettivi. Il copione sembra scritto, ma prima di incassarlo come un dato di fatto, proviamo a fare le domande che nessuno fa.
2.500 unità: di chi, esattamente? Aigi non rende pubblica la composizione della propria associazione — quante aziende, quanti dipendenti ciascuna, verificabili da chiunque. Un numero tondo in un comunicato stampa non è un elenco. E si licenzia già oggi, prima ancora che siano definiti tempi e modalità reali della chiusura dell'area a caldo, che comunque richiederà anni di operazioni di smantellamento — con relativo bisogno di manodopera, non di licenziamenti immediati. È terrorismo psicologico organizzato con il tempismo giusto, non una conseguenza automatica e ineluttabile.
E a proposito di terrorismo psicologico: anche lo scenario della "bomba sociale" con chiusura totale e collasso della città regge poco, se si ascoltano gli stessi industriali che lo agitano. Se — come sostengono in coro politici e associazioni datoriali — la produzione di acciaio in Italia è strategica e persino da incrementare, allora l'area a freddo di Taranto, come minimo, non chiuderà mai: sarebbe autolesionismo puro, per chiunque, spegnere una capacità produttiva che si dichiara indispensabile. Lo scenario apocalittico serve a fare pressione, non a descrivere un rischio reale nella sua interezza.
"Soluzioni concrete per i lavoratori", si dice. E per la città? Verifichiamo cosa hanno proposto finora, nel concreto, i rappresentanti locali. Regione, Provincia e Comune hanno chiesto — a più riprese, da luglio a oggi — la convocazione di tavoli interministeriali e "un piano straordinario per Taranto" [1][2]. Non una cifra, non un progetto, non un dato. Il presidente Decaro ripete che serve "decarbonizzazione e reindustrializzazione" [3] — la stessa decarbonizzazione a cui abbiamo già tolto la patina verde: idrogeno rimosso per decreto, fondi dirottati altrove. E se anche il segretario regionale del PD pugliese ammette che dai tavoli "non sarebbe emerso alcun progetto concreto per tutelare il lavoro, i salari e il futuro industriale del sito" [4], la domanda è d'obbligo: cosa hanno proposto davvero i nostri rappresentanti locali, al di là dei principi giusti ma vuoti?
"Non è più tempo di attendere", si dice. Ecco, appunto: e vent'anni di proroghe, decreti provvisori, commissariamenti su commissariamenti, cosa sono stati se non un lunghissimo tempo di attesa — tollerato, spesso difeso, da chi oggi lo grida come intollerabile? Il tempo di attendere non finisce ora: è durato vent'anni, e in tutto quel tempo la mobilitazione "senza se e senza ma" non si è vista con la stessa urgenza.
Non è questione di tifare per una parte o per l'altra. È che, ancora una volta, tra minacce di licenziamento calcolate nei tempi e principi ripetuti senza contenuto operativo, la città — quella reale, che paga il conto in salute da vent'anni — resta l'unica senza un piano vero scritto a proprio nome.
Fonti:
[1] Telenorba, nota congiunta Decaro-Palmisano-Bitetti, 27 luglio 2026
[2] SenzaColonneNews, "Ex Ilva, Regione ed enti locali chiedono un piano straordinario per Taranto", 30 luglio 2026
[3] Il Tarantino, "Decarbonizzazione e reindustrializzazione: la strategia di Decaro", giugno 2026
[4] AntennaSud, "Ex Ilva, esplode la rabbia: Taranto non accetta altri annunci"

































































