TARANTO AL BIVIO
Tremila anni di storia raccontano una città che ha attraversato dominazioni, rinascite, distruzioni e ricostruzioni — dai Falanti spartani a Bisanzio, dagli Aragonesi alla Taranto operaia del Novecento. In tutto questo tempo, Taranto ha sempre trovato il modo di reinventarsi. Ma nessuna delle epoche raccontate in queste pagine ha lasciato un segno così profondo, e così controverso, come gli ultimi sessant'anni: quelli dell'Italsider prima e dell'ILVA poi, l'acciaieria che ha dato lavoro a migliaia di famiglie tarantine e, allo stesso tempo, ha segnato il destino sanitario e ambientale della città in un modo che il "Tempo Spezzato" e il "Manifesto" di questo sito hanno già raccontato senza mezzi termini.
Oggi, dopo il decreto che ha imposto la sospensione dell'area a caldo e dopo anni di commissariamenti, promesse e piani industriali mai del tutto realizzati, Taranto si trova di fronte a un bivio reale: continuare a inseguire un ciclo produttivo primario che il mondo intero sta ridimensionando, oppure accettare una trasformazione radicale che chiuda per sempre la fonte più diretta dell'inquinamento cittadino. Non è una scelta astratta o lontana: è la domanda che deciderà cosa sarà Taranto nei prossimi decenni, come lo sono state, a loro modo, le domande che la città si è posta in ogni epoca precedente.
Questo approfondimento non nasce per raccontare il passato, ma per provare a leggere il presente con lo stesso rigore che abbiamo cercato di applicare alla storia antica: mettendo in fila i numeri reali — produzione, occupazione, costi, fondi disponibili — invece degli slogan. Sulla vicenda ILVA si scontrano da anni due narrazioni contrapposte, entrambe spesso costruite più su slogan che su dati. Da una parte chi grida alla catastrofe occupazionale ad ogni ipotesi di ridimensionamento, dall'altra chi minimizza l'impatto ambientale e sanitario in nome del "lavoro". Questo approfondimento non prende le parti di nessuno schieramento politico o sindacale — tutti, a vario titolo, portano responsabilità in questa storia — ma prova a restituire ai cittadini di Taranto gli strumenti per farsi un'idea propria, invece di subire quella altrui.
LA DECARBONIZZAZIONE
"Decarbonizzazione". La parola che negli ultimi due anni ha sostituito "area a caldo" come nuovo rifugio di chi, capito che tenere in piedi il vecchio ciclo integrale è ormai politicamente e giudiziariamente impraticabile, ha bisogno di un piano B che suoni rassicurante. Pulita, verde, sostenibile: tre aggettivi ripetuti così spesso da sembrare ormai automatici. Proviamo a vedere cosa c'è davvero dietro, cifre alla mano.
Non è un piano, sono due — e nessuno dei due è finanziato per intero. Il "piano di decarbonizzazione" prevede la sostituzione degli altiforni con forni elettrici alimentati da preridotto (DRI), prodotto sul posto dal minerale di ferro trattato con gas naturale. Un miliardo di euro è stato stanziato per il primo modulo. Ma a giugno 2025 un decreto ha già cancellato l'obbligo di alimentare quegli impianti con idrogeno [11], lasciando solo il gas naturale — cioè un altro combustibile fossile. E a luglio 2026, un anno dopo, anche i fondi rimasti sono stati dirottati dal ministero dell'Ambiente a quello del Made in Italy, non più vincolati specificamente a Taranto [12]. In pratica: prima tolgono la parte "verde" del piano, poi tolgono anche i soldi. Chiamarla "decarbonizzazione" a questo punto è già un atto di ottimismo.
Quanto si riduce davvero la CO2? Dipende da chi lo chiede. Uno studio tecnico di Federmanager (2020) stima una riduzione dell'ordine del 30% [13] nello scenario realistico senza idrogeno — quello che, di fatto, è l'unico scenario ancora legalmente previsto dopo il decreto del 2025. Uno studio Legambiente/Università di Bari (2025) più recente e più ottimistico arriva fino all'85-90% [14], ma solo nello scenario con idrogeno verde e energia rinnovabile al 100% — lo stesso scenario che il Governo ha già smontato per decreto. Tradotto: la percentuale più alta che si sente citare in giro descrive un piano che non esiste più.
E quel 30% (o quel che sarà) di CO2 non sparisce: va catturata e stoccata. È previsto un impianto di cattura e stoccaggio (CCS) da 500 milioni di euro [15] — un ulteriore costo, un'ulteriore infrastruttura, un'ulteriore incognita, perché nelle fonti ufficiali non risulta specificato dove questa CO2 catturata verrebbe effettivamente trasportata e stoccata. "Pulito" un processo che deve nascondere sottoterra ciò che produce è una scelta di parole quantomeno generosa.
Il minerale di ferro resta protagonista assoluto — e con lui l'inquinamento che conosciamo da una vita. Il DRI si produce dal minerale di ferro, non elimina la necessità dei parchi minerari né dei nastri trasportatori. I due grandi parchi primari (minerale e fossile) risultano oggi quasi completamente coperti, dopo anni di lavori. Ma anche una copertura quasi completa non ha eliminato il problema: nubi di polvere rossastra sono tornate a calare sul rione Tamburi anche in anni recenti, durante episodi di vento forte, con parti dello stabilimento — nastri trasportatori, aree di stoccaggio intermedio, parchi minori — che restano esposte all'aperto. Coprire i parchi principali era la parte più semplice del problema; il resto della filiera del minerale, dal porto ai nastri fino ai depositi temporanei, resta in gran parte scoperto.
E poi c'è il gas: tanto, e non a chilometro zero. Per alimentare i nuovi impianti DRI servirebbe una nave rigassificatrice da 500 milioni di euro, piazzata nel porto di Taranto — perché il gasdotto TAP è giudicato troppo lento. Una piattaforma galleggiante di gas naturale liquefatto, a ridosso di una città che sta contemporaneamente investendo sul turismo crocieristico, che gli stessi enti competenti indicano come potenzialmente in conflitto con quel traffico. Il sindaco di Taranto si è opposto [16]. Il metano, va ricordato, è un gas serra molto più potente della CO2 nei primi vent'anni dalla sua dispersione in atmosfera — un problema che si somma, non si sottrae, a quello del carbone: sposta il tipo di emissione, non necessariamente la riduce, e ha il vantaggio politico di non fare fumo visibile dai camini di Taranto."
In sintesi: non esiste, ad oggi, una versione della "decarbonizzazione" di Taranto che sia pulita nel senso che la parola suggerisce alla gente comune. Nella migliore delle ipotesi (mai finanziata fino in fondo e già bocciata per decreto) si riduce la CO2 dell'80-90%, ma resta il minerale, restano i parchi, restano i nastri, resta un gas serra ancora più aggressivo a monte della filiera e resta una CO2 residua da nascondere sottoterra senza sapere ancora bene dove. Nello scenario più probabile — quello effettivamente ancora in piedi oggi, senza idrogeno e senza fondi dedicati — la riduzione si ferma a un modesto 30%. Chiamarla "sostenibile" richiede una definizione molto elastica della parola.
IL PARADOSSO INDUSTRIALE — 2 milioni di tonnellate su un gigante da 12
Lo stabilimento di Taranto vive un'insostenibile asimmetria strutturale:
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- Capacità progettata: l'impianto è dimensionato, a livello di spazi, cokerie e altiforni, per produrre fino a 10-12 milioni di tonnellate di acciaio all'anno.
- Produzione attuale: la realtà industriale degli ultimi anni vede lo stabilimento viaggiare su una produzione ridotta al minimo storico, oscillante intorno ai 2 milioni di tonnellate — usiamo questa cifra come riferimento per i calcoli che seguono, pur segnalando che i dati più recenti (inizio 2026) indicano un valore reale ancora più basso, tra 1,5 e 1,8 milioni. L'obiettivo dichiarato dai commissari è riportare la capacità impiantistica a 4 milioni di tonnellate entro aprile 2026 — un obiettivo di capacità produttiva, non ancora di produzione effettiva.
- Il costo dell'inefficienza: far girare un gigante industriale concepito per i grandi volumi a un sesto della sua capacità genera costi fissi di manutenzione, sicurezza e gestione energetica spaventosi. Questa asimmetria è la causa principale delle perdite finanziarie croniche e dimostra che l'area a caldo, così come concepita, è già economicamente disfunzionale.
I NUMERI DEL LAVORO
Dobbiamo però ridefinire correttamente i contorni reali del problema al di là della narrativa istituzionale. Analizziamo i dati attuali, le asimmetrie dimensionali dello stabilimento e le reali implicazioni del modello basato sull'importazione di semilavorati (bramme).
Sfatare il mito dei "18-20.000 posti a rischio (dalla chiusura dell'area a caldo)"
Una premessa è d'obbligo: la cifra di 18-20 mila persone legate all'indotto ex ILVA, diretti più indiretti, è probabilmente corretta se riferita all'intero stabilimento — una fonte finanziaria recente (MilanoFinanza, agosto 2026) [1] la cita in questi termini, parlando di "20 mila occupati diretti e indiretti" come questione di sicurezza nazionale. Il problema è un altro: quella cifra viene sistematicamente usata sui social e nel dibattito pubblico come se fosse il numero di posti che sparirebbero per la sola chiusura dell'area a caldo — e lì i dati raccontano una storia diversa:
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- I dipendenti effettivi: l'intero gruppo (Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria più la vecchia Ilva) conta oggi circa 9.700 dipendenti diretti in totale (dato dell'istanza di Cassa Integrazione di febbraio 2026) [2], distribuiti in vari siti italiani (Taranto, Genova, Novi Ligure). In alcune fasi del 2025 il totale del gruppo aveva superato gli 11.500, per poi ridursi con la riorganizzazione in corso.
- La cassa integrazione: una fetta significativa di questa forza lavoro (fino a 4.450 persone nel gruppo, di cui la stragrande maggioranza a Taranto) è già strutturalmente ferma in cassa integrazione straordinaria [2].
- L'indotto reale: le aziende esterne e dell'appalto muovono tra i 3.000 e i 5.000 lavoratori a seconda dei cicli di manutenzione straordinaria degli impianti.
Mantenere attivi i soli laminatoi, la finitura e la logistica portuale (alimentati da bramme esterne) assorbirebbe comunque una parte rilevante dei dipendenti — una stima ragionevole, non un dato ufficiale, la colloca tra il 40% e il 50% dell'organico attuale. Il "rischio occupazionale netto" legato esclusivamente alla chiusura dell'area a caldo si attesterebbe realisticamente su una frazione gestibile tramite ammortizzatori sociali, prepensionamenti e piani di ricollocamento nelle bonifiche.
I lavoratori attivi nel quotidiano sono quindi drasticamente inferiori rispetto al passato ed ai numeri troppo spesso citati.
LA PROPOSTA: CHIUDERE L'AREA A CALDO
L'unica via d'uscita, secondo questa lettura, è la chiusura dell'area a caldo. Le bramme di acciaio arriverebbero da approvvigionamenti esterni (come, guarda caso, in tutte le acciaierie italiane) e tutta l'area a caldo, bonificata nel tempo, diventerebbe finalmente un cuscinetto tra la fabbrica e la città.
Trasformare Taranto in un sito di sola laminazione, acquistando le bramme (le grandi lastre di acciaio grezzo) dall'esterno, è un'ipotesi concreta. Una cordata di siderurgici italiani (Federacciai) ha manifestato interesse per rilevare e gestire proprio l'area a freddo di Taranto, spinta anche dalle sentenze giudiziarie che impongono lo stop ai vecchi impianti termici.
I vantaggi del modello:
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- Eliminazione immediata delle fonti critiche: lo spegnimento di parchi minerari, cokerie e altiforni azzererebbe le emissioni industriali più vicine ai quartieri Tamburi e Paolo VI, e con esse cesserebbe la fonte principale dell'inquinamento da polveri e diossine.
- Creazione di una zona cuscinetto: la bonifica di quell'area creerebbe una barriera spaziale di separazione tra lo stabilimento e il centro abitato.
- Uso strategico del porto: Taranto possiede un porto profondo e banchine nate per accogliere navi oceaniche cariche di materie prime. Questo vantaggio logistico verrebbe riconvertito per lo sbarco rapido delle bramme da lavorare nei treni di laminazione.
- Integrazione con la filiera nazionale: è un modello diffuso in Italia — tutte le principali acciaierie del nord Italia funzionano già partendo da semilavorati o dal riciclo di rottami nei forni elettrici, senza produrre ghisa da zero. Taranto diventerebbe il più grande hub di trasformazione costiero d'Europa, lavorando acciaio semilavorato per l'industria automobilistica, della meccanica e dei tubifici.
Le criticità tecniche ed economiche:
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- Dipendenza dal mercato internazionale: non producendo più l'acciaio primario dal minerale fossile, lo stabilimento diventerebbe totalmente dipendente dalle fluttuazioni di prezzo e dalla disponibilità geopolitica delle bramme sui mercati esteri (es. Brasile, India, o Medio Oriente).
- Margini di profitto ridotti: il valore aggiunto della siderurgia sta nella trasformazione dal minerale al prodotto finito. Acquistare un semilavorato riduce il margine di guadagno per tonnellata, rendendo la fabbrica vulnerabile se non è iperefficiente nella logistica e nell'energia.
- Riduzione della forza lavoro complessiva: anche nella migliore delle ipotesi di riconversione (laminazione, finitura, logistica), il numero di occupati necessari per un ciclo di sola trasformazione resta strutturalmente inferiore a quello di un ciclo integrale, indipendentemente da quanto efficacemente si gestisca la transizione.
Chi invece sostiene il piano di decarbonizzazione con tecnologia DRI (Preridotto) e forni elettrici solleva altre priorità:
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- Indipendenza strategica: produrre l'acciaio partendo dal minerale vergine (ciclo primario) è considerato essenziale dallo Stato per l'autonomia industriale italiana, evitando la dipendenza da fornitori esteri di bramme.
- Salvaguardia dei livelli occupazionali: il ciclo completo impiega migliaia di lavoratori in più rispetto alla sola laminazione. La chiusura dell'area a caldo comporterebbe un forte ridimensionamento del personale.
- Sostenibilità del mercato dei rottami: i forni elettrici tradizionali richiedono grandi quantità di rottame ferroso, una materia prima scarsa e costosa. Il preridotto (DRI) permetterebbe, secondo i suoi sostenitori, di produrre acciaio con un impatto ridotto usando direttamente il minerale ed aggirando questo limite — un'affermazione che, come visto in apertura, va presa con le pinze.
Il nodo centrale rimane quindi politico ed economico: scegliere se dare priorità all'azzeramento del rischio ambientale locale tramite la chiusura, o al mantenimento della produzione primaria tramite una transizione tecnologica complessa e costosissima. Va comunque considerato che, a fronte dei costi aggiuntivi della via delle bramme, si realizzerebbe un grande risultato sociale già descritto sopra: la drastica riduzione dell'inquinamento ambientale prodotto dall'ILVA.
In sintesi, il passaggio alle bramme esterne non è solo un'alternativa ambientale, ma l'accettazione del fatto che Taranto non produce più (e non produrrà mai più) i volumi storici per cui era stata progettata. Va anche considerato però il fatto che il fabbisogno mondiale di acciaio si è fortemente ridotto e tutte le acciaierie nel mondo si stanno muovendo verso un drastico ridimensionamento.
LE BONIFICHE: IL SUOLO
Chiudere l'area a caldo significa dover gestire l'enorme costo finanziario e ambientale dello smantellamento di altiforni e cokerie. Senza una certezza su chi finanzia la messa in sicurezza del suolo, quell'area rischierebbe di trasformarsi in un gigantesco cimitero industriale a ridosso della città.
Aggiornamento di agosto 2026: la Corte d'Appello di Milano ha effettivamente disposto lo stop dell'area a caldo, con una scadenza fissata a ottobre 2026 [3]. È tuttavia pendente un ricorso in Cassazione contro il provvedimento, e le associazioni dell'indotto (Confapi) segnalano che, a pochi mesi dalla scadenza, restano senza risposta le domande più concrete: quali bonifiche saranno necessarie, chi le realizzerà, e soprattutto con quali fondi [3]. Nel frattempo il Governo ha autorizzato un finanziamento aggiuntivo fino a 100,5 milioni di euro per mantenere operativi gli impianti durante la procedura di cessione a un nuovo soggetto industriale [4].
LE BONIFICHE: LE PERSONE E I FONDI
I costi stimati per la riconversione e il reimpiego dei lavoratori dell'area a caldo nelle bonifiche si inseriscono in uno scenario finanziario complesso, diviso tra le risorse già spese dallo Stato per la cassa integrazione e i fondi straordinari stanziati per il risanamento ambientale.
Prendendo come riferimento lo scenario realistico di circa 3.000-4.000 lavoratori direttamente legati all'area a caldo a Taranto (escludendo l'area a freddo e la logistica che rimarrebbero attive), l'impatto economico si divide in due macro-voci:
1) i costi della transizione occupazionale,
2) i costi globali delle bonifiche in cui impiegarli.
1. I costi della transizione occupazionale
Il passaggio dei lavoratori della produzione ai cantieri di bonifica non è immediato e richiede coperture per la formazione, l'integrazione del reddito e gli scivoli pensionistici:
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- Riqualificazione: convertire un operaio siderurgico in un addetto alle bonifiche ambientali o alla movimentazione di terreni contaminati ha un costo stimato tra i 5.000 e i 10.000 euro a lavoratore per corsi certificati sulla sicurezza speciale (es. gestione amianto, idrocarburi, bonifica suoli). Per 4.000 lavoratori parliamo di un investimento iniziale di circa 20-40 milioni di euro.
- Ammortizzatori sociali di transizione: il mantenimento dei lavoratori in Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS) in attesa dell'avvio dei cantieri costa allo Stato circa 25.000-30.000 euro all'anno per ogni lavoratore (considerando assegno e contributi figurativi). Per una platea di 4.000 persone, la spesa pubblica è di circa 100-120 milioni di euro all'anno.
- Prepensionamenti e incentivi all'esodo: i piani proposti dalle forze politiche e sindacali locali prevedono scivoli previdenziali per i lavoratori più anziani o esposti ad amianto. Un fondo di incentivi all'esodo per circa 1.500 di questi 4.000 lavoratori, i più prossimi alla pensione, richiede un costo una tantum stimato in almeno 60-80 milioni di euro.
I costi vivi per "traghettare" la forza lavoro dell'area a caldo verso un modello alternativo si aggirano complessivamente tra i 280 e i 360 milioni di euro per i primi due anni di transizione (sommando le tre voci: riqualificazione una tantum, CIGS per entrambi gli anni, prepensionamenti una tantum). Se invece si ipotizza che la CIGS piena sia necessaria solo nel primo anno — con un progressivo assorbimento dei lavoratori nei cantieri di bonifica già a partire dal secondo — la spesa complessiva nel biennio scende a una forbice più vicina ai 180-240 milioni.
2. Le risorse disponibili e il costo complessivo delle bonifiche
I lavoratori riconvertiti verrebbero pagati attingendo direttamente dai macro-fondi per il risanamento del Sito di Interesse Nazionale (SIN) di Taranto. Le bonifiche non sono un costo a perdere, ma un gigantesco piano di investimenti pubblici già in parte finanziato.
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- Il patrimonio destinato alle bonifiche: dall'accordo con la famiglia Riva (i vecchi proprietari, ritenuti responsabili dell'inquinamento) sono confluiti nelle casse pubbliche circa 1,16 miliardi di euro, destinati specificamente a bonifica e decontaminazione. Di questa somma, però, solo una parte è stata finora effettivamente spesa per l'ambiente (circa 410 milioni al gennaio 2025) [7]: il resto è ancora un fondo disponibile, non una spesa già sostenuta. Un dato distinto sono i quasi 997 milioni investiti tra febbraio 2024 e febbraio 2026 in manutenzione e ripristino degli impianti produttivi — una voce industriale, non ambientale.
- Il travaso verso la continuità produttiva: con gli ultimi decreti, lo Stato ha alzato progressivamente — da un tetto iniziale di 150 milioni fino a 400 milioni di euro complessivi — le risorse che si possono prelevare proprio da quel patrimonio destinato alle bonifiche per finanziare la continuità produttiva e occupazionale di Acciaierie d'Italia [8]. Per compensare almeno in parte questo prelievo, è stato istituito un fondo ad hoc da 80 milioni di euro (68 milioni nel 2027 e 12 nel 2028), creato esplicitamente "per compensare l'utilizzo" dei fondi dirottati, riservato al ripristino delle aree non occupate dai gestori privati [8][9]. Non si tratta quindi di due fonti di finanziamento aggiuntive per l'ambiente, ma di un travaso di risorse dalle bonifiche alla produzione, parzialmente riequilibrato dal nuovo fondo.
- I fondi europei (Just Transition Fund): l'Unione Europea ha assegnato alla provincia di Taranto circa 795 milioni di euro dal fondo per la transizione giusta [6], pensati proprio per finanziare la riconversione economica, la bonifica dei siti industriali dismessi e la riqualificazione dei lavoratori colpiti dalla decarbonizzazione.
- Il deficit stimato — qui serve una premessa metodologica: la dismissione dell'intero stabilimento non è, nei fatti, un'opzione sul tavolo di nessuno degli attori in campo — né industriale, né politico, né sindacale. La discussione reale riguarda la sola area a caldo (altiforni, cokerie, parchi minerari), lasciando attive laminazione, finitura e logistica. Va però detto con chiarezza che le fonti disponibili non offrono una cifra isolata e affidabile per la bonifica della sola area a caldo in caso di chiusura: la stima più solida che abbiamo verificato — oltre 3,5 miliardi di euro (ricostruzione giornalistica su fonti La Stampa) [4] — si riferisce esplicitamente alla dismissione e bonifica dell'intero stabilimento, non della sola area a caldo, e non è quindi corretto riportarla come se descrivesse lo scenario realmente in discussione.
Due cifre più mirate, ma di natura diversa da quella cercata, aiutano comunque a farsi un'idea di scala: secondo l'avvocato Maurizio Rizzo Striano (associazione Genitori Tarantini), adeguare un solo altoforno alla rimozione integrale dell'amianto — cioè renderlo conforme per continuare a produrre, non per chiuderlo — costerebbe tra i 700 e gli 800 milioni di euro, mentre estendere l'adeguamento a tutti gli altiforni mantenendo l'attuale livello produttivo (6 milioni di tonnellate) potrebbe arrivare fino a 8 miliardi [10]. Sono cifre di adeguamento alla normativa vigente, non di bonifica per chiusura: rispondono alla domanda "quanto costa tenerla in piedi in sicurezza", non a "quanto costa smantellarla". Il "600 milioni" citato dalla struttura commissariale, verificato in una precedente stesura di questo dossier, resta a sua volta riferito a un perimetro di attività di bonifica già avviate, più ristretto di entrambi questi scenari.
In sintesi onesta: non disponiamo, ad oggi, di una stima pubblica e verificabile del costo specifico di bonifica della sola area a caldo in caso di chiusura. Chiunque citi una cifra precisa per questo scenario specifico — che sia un sindacato, un'associazione datoriale o un politico — sta probabilmente estrapolando da dati riferiti a perimetri diversi, come abbiamo dovuto correggere anche in questo stesso dossier.
Sulla cifra di 15 miliardi diffusa da Aigi (l'associazione delle imprese dell'indotto) [5]: la trattiamo con la massima cautela. Aigi ha un interesse economico diretto nel mantenimento dell'area a caldo attiva, e ha pubblicamente richiesto al Governo, tra le altre cose, un confronto tra i costi di prosecuzione e quelli di chiusura — un confronto che, se la cifra di partenza sulla chiusura è gonfiata, produce automaticamente una conclusione favorevole alla propria posizione. Non è un dato tecnico verificato in modo indipendente, ed è ragionevole sospettarne una componente di esagerazione strumentale — la stessa logica, dall'altra parte dello schieramento, dei "25.000 posti a rischio" già smontati sopra.
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- Il bilancio finale: se si confrontano i 40 milioni di euro al mese di perdite che l'ex ILVA genera per galleggiare a soli 2 milioni di tonnellate di produzione, il costo per finanziare la riconversione dei lavoratori dell'area a caldo (280-360 milioni nel biennio, o 180-240 nello scenario più ottimistico) risulta sostenibile nel tempo su quella specifica voce. Sul fronte della bonifica vera e propria, però, l'onestà impone di ammettere che non abbiamo una cifra affidabile a cui ancorare un giudizio di sostenibilità — ed è proprio questa incertezza, più che la mancanza di buona volontà, a rendere difficile una decisione rapida e condivisa.
Un avvertimento sui fondi europei: i 795 milioni del Just Transition Fund sono assegnati sulla carta, ma i bandi per utilizzarli non sono ancora partiti — tra le cause, anche la chiusura dell'Agenzia per la coesione territoriale che doveva coordinarli. Circa due terzi di quella quota provengono dal Fondo di Rilancio UE, che ha una scadenza improrogabile: fine 2026. Se i fondi non vengono spesi entro quella data, vengono revocati [6]. È un rischio concreto, non un'ipotesi remota, e vale la pena tenerlo presente ogni volta che si cita quella cifra come "già garantita".
IN SINTESI
Il vero ostacolo non è la mancanza di denaro ma la volontà politica di decretare la fine del ciclo primario dell'acciaio e i tempi burocratici di attivazione dei cantieri. I numeri raccontano una storia diversa da quella che circola: uno stabilimento che produce un sesto di quanto potrebbe, un'occupazione reale già molto ridimensionata dalla cassa integrazione, e fondi pubblici ed europei in parte stanziati ma non ancora messi al sicuro. Chi ha davvero a cuore l'interesse della città farebbe bene a partire da questi dati — verificati e datati — non dagli slogan, di nessuno schieramento.
FONTI
[1] MilanoFinanza, "Ex Ilva, la cordata italiana si fa avanti: partono le interlocuzioni con il governo", agosto 2026
[2] Istanza di Cassa Integrazione Straordinaria del gruppo Acciaierie d'Italia/Ilva in AS, febbraio 2026
[3] Confapi Taranto / TrmTv, "Confapi, 'troppe domande senza risposte sul futuro dell'ex Ilva'", 16 agosto 2026
[4] Energia Oltre, "Ex Ilva, dopo stop area a caldo Urso convoca imprese e sindaci per exit strategy e bando" (ricostruzione dati La Stampa), luglio 2026; Volt Italia, "Ex ILVA Taranto: la politica industriale che serve", agosto 2026
[5] Buonasera24, "Ex Ilva, cancellato il miliardo per il preridotto: «Taranto trattata come una colonia»" (comunicato Aigi), 10 luglio 2026
[6] Avvenire, "Ex Ilva: l'Italia rischia di perdere gli 800 milioni di fondi Ue per Taranto"
[7] Corriere di Taranto, "Bonifiche ex Ilva, ci sono 155 milioni (per ora)", marzo-aprile 2026
[8] Italia Che Cambia, "Ex Ilva, la Camera approva il decreto: 400 milioni per bonifiche e continuità produttiva", marzo 2025
[9] Corriere di Taranto, cit.
[10] PeaceLink, "Scacco matto all'Ilva: il decreto è certo, i giochi per l'area a caldo sono chiusi" (dichiarazioni avv. Maurizio Rizzo Striano, associazione Genitori Tarantini), agosto 2026
[11] HydroNews, "Il Governo cancella l'idrogeno dalla mission di DRI d'Italia", 13 giugno 2025
[12] Siderweb, "DRI d'Italia, il Governo rivede il finanziamento", 10 luglio 2026
[13] Studio Federmanager, "Rilancio Taranto", 2020
[14] Legambiente/Università di Bari, "Taranto dopo il carbone", ottobre 2025
[15] Corriere di Taranto / Agenzia Nova, "Ecco il piano per decarbonizzare l'ex Ilva", luglio 2025
[16] Panorama, "Taranto dice no al rigassificatore", agosto 2025
Nota metodologica: la stima di 3,5 miliardi [4] si riferisce esplicitamente alla chiusura e bonifica dell'intero stabilimento, non della sola area a caldo — scenario che, va ribadito, non è realisticamente in discussione da nessuna delle parti coinvolte. Non esiste, al momento di questa verifica, una stima pubblica affidabile riferita specificamente alla bonifica della sola area a caldo in caso di chiusura mirata. La stima di Aigi [5] proviene da un'associazione di categoria con un interesse economico diretto nel mantenimento dell'area a caldo attiva, e va considerata come posizione di parte più che come dato tecnico verificato.

































































