Taranto nell’Età Contemporanea
Tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento Taranto entra definitivamente nella modernità. Le grandi opere infrastrutturali — Canale navigabile, Ponte girevole, Arsenale — segnano una frattura storica paragonabile solo alla fondazione della Polis.
Nasce il Borgo Umbertino. Una città nuova, razionale, geometrica, progettata secondo criteri urbanistici moderni, affianca e progressivamente supera l'Isola come centro della vita civile.
Taranto torna protagonista nel Mediterraneo, questa volta come nodo strategico dello Stato nazionale italiano.
Una città che si rinnova
L'Unità d'Italia porta a Taranto investimenti e attenzioni che la città non conosceva da secoli.
Il nuovo Stato vede nel porto tarantino una risorsa strategica fondamentale per la marina militare. L'Arsenale viene ampliato e modernizzato, diventando uno dei più grandi e importanti d'Italia. Migliaia di operai e tecnici si trasferiscono in città, la popolazione cresce rapidamente, i servizi si moltiplicano.
Il Borgo Umbertino nasce da questa energia nuova: strade larghe e rettilinee, palazzi signorili, caffè, teatri, una vita borghese vivace e orgogliosa. Per la prima volta dopo secoli, Taranto si espande oltre l'Isola con fiducia e ambizione.
La città scopre una nuova identità: moderna, italiana, proiettata verso il futuro.
Il Novecento: guerre, ricostruzione, speranze
Il Novecento porta a Taranto le stesse lacerazioni che attraversano tutta l'Italia.
Durante la Prima guerra mondiale la città è base navale fondamentale. Durante la Seconda subisce bombardamenti pesanti, che lasciano ferite profonde nel tessuto urbano e nella memoria collettiva. La flotta italiana viene in parte affondata nel porto stesso, in uno degli episodi più drammatici della guerra navale italiana.
Il dopoguerra porta con sé la speranza della ricostruzione e del riscatto. L'Italia del miracolo economico cerca ovunque motori di sviluppo, e Taranto viene individuata come sede di un grande polo industriale. Sembra una grande opportunità. Per molti lo è davvero, almeno all'inizio.
La grande frattura: l'arrivo dell'Italsider
Nel 1965 entra in funzione il IV Centro Siderurgico, quello che diventerà l'Italsider e poi l'Ilva: uno degli impianti siderurgici più grandi d'Europa, impiantato a pochi chilometri dal centro città.
È una trasformazione radicale, senza precedenti nella storia di Taranto.
In pochi anni il territorio cambia volto:
- migliaia di ettari di campagna e costa vengono occupati dagli impianti
- il rapporto millenario tra la città e il suo mare viene alterato profondamente
- quartieri interi nascono per ospitare i lavoratori dell'acciaio
- l'aria, l'acqua, la terra iniziano a portare i segni di una presenza pesante e invasiva
La città cresce in fretta, la popolazione aumenta, i salari entrano nelle case. Ma qualcosa di fondamentale si sta spezzando, anche se non tutti lo vedono subito.
Il prezzo di uno sviluppo senza radici
Con il passare dei decenni il conto presentato dall'industria pesante diventa impossibile da ignorare.
L'inquinamento atmosferico, i valori fuori norma nelle analisi del suolo e del mare, i dati sanitari preoccupanti nei quartieri più esposti: Taranto scopre di aver pagato un prezzo altissimo per uno sviluppo che non ha mai davvero controllato né scelto liberamente.
Il Mar Piccolo, culla millenaria della mitilicoltura tarantina, viene compromesso. I Tamburi, il quartiere che sorge all'ombra delle ciminiere, diventa il simbolo di una contraddizione insostenibile: vivere accanto a un impianto industriale tra i più inquinanti d'Europa.
La rottura identitaria è profonda. Una città che aveva costruito la propria storia sul mare, sul commercio, sulla cultura, sulla bellezza dei suoi fondali e dei suoi golfi, si ritrova a fare i conti con un'eredità industriale che ne ha alterato il paesaggio, la salute e l'anima.
Una città in cerca di se stessa
Oggi Taranto è una città che non ha ancora trovato pace con il proprio passato recente.
La questione dell'ex Ilva — con le sue promesse mancate, i suoi veleni, le sue responsabilità diffuse tra imprenditori, politici e istituzioni — è ancora aperta, ancora dolorosa, ancora irrisolta.
Ma Taranto è anche una città che non ha dimenticato chi è.
Sotto la coltre di decenni di industria pesante, l'identità millenaria della città resiste: nei vicoli dell'Isola, nei fondali dei due mari, nella memoria di chi conosce la storia di questa terra, nella voce di chi chiede che quella storia venga finalmente rispettata.
Il filo che non si spezza
Tremila anni di storia non si cancellano.
Taranto è stata Polis greca, capitale della Magna Grecia, città romana, presidio bizantino, fortezza medievale, base navale del Regno d'Italia.
Ha attraversato conquiste, distruzioni, rinascite. Ha resistito ai Saraceni, alle epidemie, ai bombardamenti.
Può resistere anche a questo.
Ma per farlo ha bisogno di ritrovare il filo della propria storia, di riconoscere la propria identità profonda, di scegliere consapevolmente quale futuro costruire.
Questo sito nasce da quella convinzione.

































































