Il "Manifesto" per Taranto
Contro chi ne ha tradito la storia e calpestato l'anima
Taranto ha tremila anni.
Tremila anni di storia, di mare, di cultura, di bellezza e di fatica. Tremila anni durante i quali questa città è stata fondata, conquistata, distrutta e rinata. Ha parlato greco, latino, arabo, normanno, spagnolo e italiano. Ha visto passare eserciti, flotte, imperatori e re.
Ha sempre resistito. Ha sempre ritrovato se stessa.
Fino a quando qualcuno ha deciso, per lei e senza di lei, che il suo futuro sarebbe stato fatto di acciaio e ciminiere.
Quello che è stato fatto a Taranto ha un nome
Non è stato sviluppo. È stato un esproprio.
Un esproprio del territorio, del paesaggio, del mare. Un esproprio della salute di intere generazioni. Un esproprio dell'identità di una città che aveva costruito la propria anima sul rapporto con l'acqua, con il commercio, con la cultura, con la bellezza dei propri fondali e dei propri cieli.
L'Italsider prima, l'Ilva poi, sono state impiantate a Taranto non per Taranto, ma nonostante Taranto.
Nessuno ha chiesto. Qualcuno ha deciso.
E Taranto ha pagato. Sta pagando ancora.
Il conto che nessuno vuole presentare
L'aria avvelenata nei quartieri che vivono all'ombra delle ciminiere.
Il Mar Piccolo compromesso, quello stesso mare che per millenni aveva nutrito la città con i suoi mitili, i suoi pesci, le sue acque.
I bambini dei Tamburi che crescono con valori fuori norma nel sangue.
Le diagnosi, i numeri, le perizie, le sentenze.
Non sono opinioni. Sono fatti.
Fatti che qualcuno ha a lungo negato, minimizzato, rinviato. Fatti che sono costati la vita a persone reali, con nomi e cognomi, con famiglie e storie.
Mentre le promesse si accumulavano — occupazione, progresso, modernità — il danno si accumulava in silenzio, nei corpi delle persone e nella terra di una città che non aveva chiesto niente di tutto questo.
Quello che è stato spezzato
C'è un danno che non si misura nelle perizie e non si risarcisce con i fondi europei.
È il danno all'anima di una città.
Una città che per tremila anni aveva guardato al mare come fonte di vita e di libertà — che aveva costruito la propria storia sulla bellezza, sul commercio, sulla cultura — si è ritrovata a guardarlo attraverso una coltre di polvere rossa.
Questo non è sviluppo. È una ferita che non si è ancora rimarginata.
A chi amministra e a chi decide
Questo Manifesto si rivolge anche a voi.
A chi nel corso dei decenni ha scelto di tenere in piedi un impianto che avrebbe dovuto essere fermato, bonificato, riconvertito. A chi ha anteposto interessi economici e calcoli elettorali alla salute e alla dignità di una comunità. A chi ha usato il ricatto occupazionale per paralizzare ogni discussione e impedire ogni alternativa.
Taranto non può essere tenuta in ostaggio per sempre.
Non si può continuare a chiedere a questa città di scegliere tra il lavoro e la salute, tra il pane e l'aria pulita, tra il presente e il futuro. Quella non è una scelta: è una trappola. E chi la costruisce e la mantiene si assume una responsabilità storica e morale che non potrà essere scaricata su nessun altro.
Taranto può rinascere. Deve rinascere.
Questo non è un Manifesto della rassegnazione. È un Manifesto della rivendicazione e della speranza.
Taranto ha le risorse per costruire un futuro diverso. Le ha sempre avute.
Ha il mare — due mari, unici al mondo per conformazione e bellezza.
Ha la storia — tremila anni di stratificazioni che nessuna ciminiera ha potuto cancellare del tutto.
Ha una comunità che nonostante tutto non ha smesso di amare questa città e di combattere per essa.
Ha i suoi giovani, molti dei quali sono andati via ma non hanno dimenticato da dove vengono.
Un futuro fondato sulla cultura, sul turismo consapevole, sulla ricerca, sulla valorizzazione del patrimonio archeologico e ambientale è possibile. Non è un sogno: è una scelta. Una scelta che altre città hanno fatto e che Taranto ha il diritto e il dovere di fare.
Il filo che torna
Questo sito nasce per ricordare chi è Taranto davvero.
Non la città delle ciminiere. Non la città del disastro ambientale. Non la città del commissariamento e delle promesse mancate.
Ma la città di Taras e di Archita. La città che ha dialogato con tutto il Mediterraneo. La città che ha resistito ai Saraceni, ai bombardamenti, alla marginalità di secoli difficili.
Quella città esiste ancora. Vive nei vicoli dell'Isola, nei fondali dei suoi mari, nella memoria di chi conosce questa storia e si rifiuta di dimenticarla.
Questo Manifesto è per lei.
Per Taranto.
Per quello che è stata.
Per quello che può tornare ad essere.

































































