Il "Tempo spezzato"
Taranto e il grande tradimento — dal 1960 ad oggi
C'è un momento preciso in cui la storia di Taranto si spezza.
Non è una battaglia perduta. Non è un'invasione. Non è una catastrofe naturale.
È una decisione presa altrove, da altri, senza chiedere niente a questa città.
Nel 1959 lo Stato italiano decide che Taranto sarà la sede del più grande complesso siderurgico d'Europa. Sei anni dopo — il 10 aprile 1965 — il Presidente Saragat inaugura il IV Centro Siderurgico Italsider. Taranto è cambiata per sempre.
Per oltre duemila anni era stata una città portuale, commerciale, militare, culturale. La città di Archita e di Platone. La città dei Due Mari, del bisso e della porpora, degli ori e delle trieri. Una città che aveva dialogato con tutto il Mediterraneo e aveva resistito a ogni conquista senza perdere se stessa.
Con l'Italsider tutto questo si spezza.
Una scelta fatta senza Taranto
La scelta di Taranto come sede del polo siderurgico fu politica, economica e strategica — mai civica. Nessuno chiese alla città cosa volesse diventare. Nessuno consultò la popolazione. Nessuno valutò le conseguenze per un territorio che aveva nella sua conformazione geografica — i Due Mari, le coste, il paesaggio rurale — la propria ricchezza millenaria.
Il Governo dell'epoca vedeva nel Mezzogiorno un problema da risolvere con l'industria pesante. Taranto aveva un grande porto naturale, vaste aree pianeggianti, collegamenti marittimi con le rotte del carbone e del minerale di ferro. Era il posto giusto per lo stabilimento. Che lì ci fosse una città con tremila anni di storia non era, evidentemente, un fattore determinante.
Nel 1960 iniziano i lavori nell'area occidentale della città. Migliaia di ettari di campagna e costa vengono spianati. Scompaiono uliveti, vigneti, masserie, il paesaggio rurale costruito in secoli di lavoro contadino. Al loro posto nascono altoforni, acciaierie, cokerie, impianti portuali dedicati. Un nuovo paesaggio permanente — industriale, verticale, fumante — si sovrappone a quello che c'era.
La grande promessa e il prezzo nascosto
Arrivano decine di migliaia di lavoratori da tutta la Puglia e dal Sud Italia. I salari entrano nelle case. La città cresce in fretta. I quartieri operai nascono attorno alla fabbrica — il Tamburi, Paolo VI, la Salinella. Taranto diventa uno dei principali centri siderurgici d'Europa e uno dei nodi del movimento sindacale italiano.
Per decenni la città vive in funzione dell'acciaio. L'Italsider è il principale datore di lavoro, il motore dell'economia locale, il riferimento di ogni scelta urbanistica. Una città che per tremila anni aveva costruito la propria identità sulla diversità — il mare, il commercio, la cultura, l'artigianato — diventa dipendente da un'unica grande industria.
L'Italsider delle Partecipazioni Statali organizzava anche stagioni teatrali e musicali di alto livello, mostre d'arte, aveva un circolo velico e spazi culturali aperti a tutti. Mai nella memoria della città si erano viste stagioni culturali così importanti. E così, per anni, le porcherie venivano nascoste sotto il tappeto.
Il prezzo nascosto era enorme. E stava crescendo in silenzio.
Il conto che nessuno voleva presentare
A partire dagli anni Ottanta il conto diventa impossibile da ignorare.
L'aria avvelenata nei quartieri che vivono all'ombra delle ciminiere. Il Mar Piccolo compromesso — quello stesso mare che per millenni aveva nutrito la città con i suoi mitili, i suoi pesci, le sue acque. I bambini dei Tamburi che crescono con valori fuori norma nel sangue. Le diagnosi, i numeri, le perizie, le sentenze.
Non sono opinioni. Sono fatti.
Fatti che qualcuno ha a lungo negato, minimizzato, rinviato. Fatti che sono costati la vita a persone reali, con nomi e cognomi, con famiglie e storie. Fatti che hanno dato a Taranto il triste primato di città con i più alti tassi di alcune patologie in Italia.
Nel 2012 la magistratura sequestra gli impianti. Nel 2013 la legge cosiddetta 'salva-Ilva' consente la prosecuzione dell'attività. Da allora — tra commissariamenti, promesse di risanamento, accordi internazionali e vertenze giudiziarie — lo stabilimento è ancora lì. Ridotto, parzialmente fermo, con il futuro incerto. Ma ancora lì.
Quello che è stato spezzato non si misura in perizie
C'è un danno che va oltre l'inquinamento dell'aria e del mare. Oltre le diagnosi e le sentenze. Oltre i numeri e le mappe del rischio sanitario.
È il danno all'anima di una città.
Taranto aveva costruito la propria identità sul rapporto con il mare — i Due Mari, unici al mondo per conformazione e bellezza. Sul commercio, sull'artigianato, sulla cultura. Su una capacità di essere crocevia di civiltà che risaliva ai coloni spartani del 706 a.C. e che non si era mai interrotta — nemmeno sotto i Romani, nemmeno sotto i Bizantini, nemmeno sotto i Normanni.
Quella identità è stata umiliata.
Il profilo urbano è stato alterato da strutture industriali che non dialogano con niente — né con il paesaggio, né con la storia, né con la gente. Il rapporto millenario tra la città e il suo mare è stato interrotto, inquinato, reso difficile e in certi tratti impossibile. Una città che per tremila anni aveva guardato al mare come fonte di vita e di libertà si è ritrovata a guardarlo attraverso una coltre di polvere rossa.
Questo non è sviluppo. È una ferita.
A chi ha deciso e a chi continua a decidere
Questo non è un atto d'accusa contro i lavoratori dell'acciaio — uomini e donne che hanno dato il meglio della propria vita a una fabbrica che non avevano scelto e che spesso hanno amato nonostante tutto.
È un atto d'accusa contro chi ha impiantato quella fabbrica senza chiedere il permesso. Contro chi nei decenni successivi ha scelto di tenerla in piedi quando avrebbe dovuto fermarla, bonificarla, riconvertirla. Contro chi ha anteposto interessi economici e calcoli elettorali alla salute e alla dignità di una comunità. Contro chi ha usato il ricatto occupazionale — 'o la fabbrica o il lavoro' — per paralizzare ogni discussione e impedire ogni alternativa.
Taranto non può essere tenuta in ostaggio per sempre.
Non si può continuare a chiedere a questa città di scegliere tra il lavoro e la salute, tra il pane e l'aria pulita, tra il presente e il futuro. Quella non è una scelta. È una trappola. E chi la costruisce e la mantiene si assume una responsabilità storica e morale che non potrà essere scaricata su nessun altro.
Taranto può rinascere. Deve rinascere.
Questo non è un testo di rassegnazione.
Taranto ha le risorse per costruire un futuro diverso. Le ha sempre avute. Ha il mare — due mari, unici al mondo per conformazione e bellezza. Ha la storia — tremila anni di stratificazioni che nessuna ciminiera ha potuto cancellare del tutto. Ha una comunità che nonostante tutto non ha smesso di amare questa città e di combattere per essa. Ha i suoi giovani, molti dei quali sono andati via ma non hanno dimenticato da dove vengono.
Un futuro fondato sulla cultura, sul turismo consapevole, sulla ricerca marina e subacquea, sulla valorizzazione del patrimonio archeologico e ambientale è possibile. Non è un sogno: è una scelta. Una scelta che altre città hanno fatto e che Taranto ha il diritto e il dovere di fare.
Bonifica reale, non promessa. Riconversione industriale, non conservazione a oltranza. Investimento nella cultura e nel turismo, non dipendenza da un'unica grande industria. Rispetto del territorio, del paesaggio, del mare.
Taranto merita un futuro che assomigli alla sua storia — non alle sue ciminiere.
Il filo che non si spezza
Questo sito nasce per ricordare chi è Taranto davvero.
Non la città delle ciminiere. Non la città del disastro ambientale. Non la città del commissariamento e delle promesse mancate.
Ma la città di Taras e di Archita. La città che ha dialogato con tutto il Mediterraneo. La città che ha resistito ai Saraceni, ai bombardamenti, alla marginalità di secoli difficili. La città dei Due Mari, degli ori, degli ipogei, della porpora e del bisso.
Quella città esiste ancora. Vive nei vicoli dell'Isola, nei fondali dei suoi mari, nella memoria di chi conosce questa storia e si rifiuta di dimenticarla.
Tremila anni di storia non si cancellano.
Il tempo è stato spezzato. Ma il filo è ancora lì.
Riferimenti e approfondimenti
Alessandro Leogrande — Fumo sulla città (Fandango Libri, 2013)
Salvatore Romeo — L'acciaio in fumo. L'Ilva di Taranto dal 1945 a oggi (Donzelli, 2019)
Michele Riondino — Palazzina LAF (film, 2023)
Ilaria Leccese — Taranto. La città che muore (Castelvecchi, 2014)
Antonello Caporale — Il fumo di Taranto (Rizzoli, 2012)

































































