AIGI: Il manuale della difesa dell'indifendibile.
C'è un'arte sottile nel dire tutto e il contrario di tutto mantenendo un tono istituzionale. AIGI la pratica con una certa abilità. Ma stavolta l'analisi del comunicato merita qualche minuto di attenzione, perché dietro il linguaggio tecnico c'è qualcosa che fa accapponare la pelle.
Iniziamo dalla trovata del giorno: il preriscaldo degli altiforni non sarebbe "assimilabile alla marcia produttiva". Geniale. Gli impianti restano accesi, i camini fumano, i Tamburi respirano — ma siccome non esce acciaio, tecnicamente non è produzione. Aspettiamo con ansia la prossima distinzione: forse le ciminiere accese di notte non contano perché i bambini dormono.
Poi arriva il coraggio vero: dare dell'ideologico e antindustriale a chi applica una sentenza. Non una sentenza qualunque — una basata su perizie epidemiologiche dell'Istituto Superiore di Sanità che documentano un eccesso di mortalità nei quartieri attorno allo stabilimento. Per AIGI i giudici sbagliano. I morti, evidentemente, no.
Sull'amianto la tecnica è ancora più raffinata: si riporta la versione della difesa di Acciaierie d'Italia — l'imputato, per chi non lo ricordasse — come se fosse una fonte terza e attendibile. L'amianto sarebbe "confinato". Confinato come? Da chi verificato? Con quali campionamenti? Silenzio. Ma intanto non fermiamo nulla.
Il capolavoro assoluto resta però l'analogia dell'automobilista a 90 km/h su una strada dove il limite è 120. Secondo AIGI, Taranto sarebbe una città multata ingiustamente per eccesso di prudenza. Qualcuno dovrebbe spiegare ad AIGI che le strade con il limite a 120 di solito non hanno un cimitero ogni due chilometri nel raggio di influenza del traffico.
Le 20.000 famiglie? Un numero agitato come una clava, senza mai dire quante lavorano nell'area a freddo — quella che nessuno vuole fermare — e senza mai contare le famiglie di chi in quei quartieri si è ammalato, si è operato, è morto. Quelle famiglie non entrano mai nei comunicati di AIGI. Forse perché non fanno parte dell'indotto.
E il piano operativo? Lo chiedono adesso. Dopo Riva. Dopo ArcelorMittal. Dopo Acciaierie d'Italia. Dopo una sequela di commissari pagati profumatamente per non decidere nulla. Adesso, quando la sentenza è arrivata, scoprono che serve un piano. Tempismo ammirevole.
Taranto ha aspettato decenni. Ha respirato, si è ammalata, ha seppellito i suoi figli e ha continuato ad aspettare piani, tavoli, accordi di programma, commissari, investitori, salvatori della patria. Ogni volta con lo stesso copione: prima la fabbrica, poi la salute. Prima l'acciaio, poi i dati. Prima le commesse, poi i morti.
AIGI chiede equilibrio. L'equilibrio c'è già — si chiama sentenza. Ed è l'unica cosa che in trent'anni nessuno è riuscito a comprare.


































































