TARANTO AL BIVIO
Tremila anni di storia raccontano una città che ha attraversato dominazioni, rinascite, distruzioni e ricostruzioni — dai Falanti spartani a Bisanzio, dagli Aragonesi alla Taranto operaia del Novecento. In tutto questo tempo, Taranto ha sempre trovato il modo di reinventarsi. Ma nessuna delle epoche raccontate in queste pagine ha lasciato un segno così profondo, e così controverso, come gli ultimi sessant'anni: quelli dell'Italsider prima e dell'ILVA poi, l'acciaieria che ha dato lavoro a migliaia di famiglie tarantine e, allo stesso tempo, ha segnato il destino sanitario e ambientale della città in un modo che il "Tempo Spezzato" e il "Manifesto" di questo sito hanno già raccontato senza mezzi termini.
Questo approfondimento non nasce per raccontare il passato, ma per provare a leggere il presente con lo stesso rigore che abbiamo cercato di applicare alla storia antica: mettendo in fila i numeri reali — produzione, occupazione, costi, fondi disponibili — invece degli slogan. Sulla vicenda ILVA si scontrano da anni due narrazioni contrapposte, entrambe spesso costruite più su slogan che su dati. Da una parte chi grida alla catastrofe occupazionale ad ogni ipotesi di ridimensionamento, dall'altra chi minimizza l'impatto ambientale e sanitario in nome del "lavoro". Questo approfondimento non prende le parti di nessuno schieramento politico o sindacale — tutti, a vario titolo, portano responsabilità in questa storia — ma prova a restituire ai cittadini di Taranto gli strumenti per farsi un'idea propria, invece di subire quella altrui.
LE BONIFICHE: IL SUOLO
Chiudere l'area a caldo significa dover gestire l'enorme costo finanziario e ambientale dello smantellamento di altiforni e cokerie. Senza una certezza su chi finanzia la messa in sicurezza del suolo, quell'area rischierebbe di trasformarsi in un gigantesco cimitero industriale a ridosso della città.
Aggiornamento di agosto 2026: la Corte d'Appello di Milano ha effettivamente disposto lo stop dell'area a caldo, con una scadenza fissata a ottobre 2026 [3]. È tuttavia pendente un ricorso in Cassazione contro il provvedimento, e le associazioni dell'indotto (Confapi) segnalano che, a pochi mesi dalla scadenza, restano senza risposta le domande più concrete: quali bonifiche saranno necessarie, chi le realizzerà, e soprattutto con quali fondi [3]. Nel frattempo il Governo ha autorizzato un finanziamento aggiuntivo fino a 100,5 milioni di euro per mantenere operativi gli impianti durante la procedura di cessione a un nuovo soggetto industriale [4].
LE BONIFICHE: LE PERSONE E I FONDI
I costi stimati per la riconversione e il reimpiego dei lavoratori dell'area a caldo nelle bonifiche si inseriscono in uno scenario finanziario complesso, diviso tra le risorse già spese dallo Stato per la cassa integrazione e i fondi straordinari stanziati per il risanamento ambientale.
Prendendo come riferimento lo scenario realistico di circa 3.000-4.000 lavoratori direttamente legati all'area a caldo a Taranto (escludendo l'area a freddo e la logistica che rimarrebbero attive), l'impatto economico si divide in due macro-voci:
1) i costi della transizione occupazionale,
2) i costi globali delle bonifiche in cui impiegarli.
1. I costi della transizione occupazionale
Il passaggio dei lavoratori della produzione ai cantieri di bonifica non è immediato e richiede coperture per la formazione, l'integrazione del reddito e gli scivoli pensionistici:
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- Riqualificazione: convertire un operaio siderurgico in un addetto alle bonifiche ambientali o alla movimentazione di terreni contaminati ha un costo stimato tra i 5.000 e i 10.000 euro a lavoratore per corsi certificati sulla sicurezza speciale (es. gestione amianto, idrocarburi, bonifica suoli). Per 4.000 lavoratori parliamo di un investimento iniziale di circa 20-40 milioni di euro.
- Ammortizzatori sociali di transizione: il mantenimento dei lavoratori in Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS) in attesa dell'avvio dei cantieri costa allo Stato circa 25.000-30.000 euro all'anno per ogni lavoratore (considerando assegno e contributi figurativi). Per una platea di 4.000 persone, la spesa pubblica è di circa 100-120 milioni di euro all'anno.
- Prepensionamenti e incentivi all'esodo: i piani proposti dalle forze politiche e sindacali locali prevedono scivoli previdenziali per i lavoratori più anziani o esposti ad amianto. Un fondo di incentivi all'esodo per circa 1.500 di questi 4.000 lavoratori, i più prossimi alla pensione, richiede un costo una tantum stimato in almeno 60-80 milioni di euro.
I costi vivi per "traghettare" la forza lavoro dell'area a caldo verso un modello alternativo si aggirano complessivamente tra i 280 e i 360 milioni di euro per i primi due anni di transizione (sommando le tre voci: riqualificazione una tantum, CIGS per entrambi gli anni, prepensionamenti una tantum). Se invece si ipotizza che la CIGS piena sia necessaria solo nel primo anno — con un progressivo assorbimento dei lavoratori nei cantieri di bonifica già a partire dal secondo — la spesa complessiva nel biennio scende a una forbice più vicina ai 180-240 milioni.
2. Le risorse disponibili e il costo complessivo delle bonifiche
I lavoratori riconvertiti verrebbero pagati attingendo direttamente dai macro-fondi per il risanamento del Sito di Interesse Nazionale (SIN) di Taranto. Le bonifiche non sono un costo a perdere, ma un gigantesco piano di investimenti pubblici già in parte finanziato.
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- Il patrimonio destinato alle bonifiche: dall'accordo con la famiglia Riva (i vecchi proprietari, ritenuti responsabili dell'inquinamento) sono confluiti nelle casse pubbliche circa 1,16 miliardi di euro, destinati specificamente a bonifica e decontaminazione. Di questa somma, però, solo una parte è stata finora effettivamente spesa per l'ambiente (circa 410 milioni al gennaio 2025) [7]: il resto è ancora un fondo disponibile, non una spesa già sostenuta. Un dato distinto sono i quasi 997 milioni investiti tra febbraio 2024 e febbraio 2026 in manutenzione e ripristino degli impianti produttivi — una voce industriale, non ambientale.
- Il travaso verso la continuità produttiva: con gli ultimi decreti, lo Stato ha alzato progressivamente — da un tetto iniziale di 150 milioni fino a 400 milioni di euro complessivi — le risorse che si possono prelevare proprio da quel patrimonio destinato alle bonifiche per finanziare la continuità produttiva e occupazionale di Acciaierie d'Italia [8]. Per compensare almeno in parte questo prelievo, è stato istituito un fondo ad hoc da 80 milioni di euro (68 milioni nel 2027 e 12 nel 2028), creato esplicitamente "per compensare l'utilizzo" dei fondi dirottati, riservato al ripristino delle aree non occupate dai gestori privati [8][9]. Non si tratta quindi di due fonti di finanziamento aggiuntive per l'ambiente, ma di un travaso di risorse dalle bonifiche alla produzione, parzialmente riequilibrato dal nuovo fondo.
- I fondi europei (Just Transition Fund): l'Unione Europea ha assegnato alla provincia di Taranto circa 795 milioni di euro dal fondo per la transizione giusta [6], pensati proprio per finanziare la riconversione economica, la bonifica dei siti industriali dismessi e la riqualificazione dei lavoratori colpiti dalla decarbonizzazione.
- Il deficit stimato — qui serve una premessa metodologica: la dismissione dell'intero stabilimento non è, nei fatti, un'opzione sul tavolo di nessuno degli attori in campo — né industriale, né politico, né sindacale. La discussione reale riguarda la sola area a caldo (altiforni, cokerie, parchi minerari), lasciando attive laminazione, finitura e logistica. Va però detto con chiarezza che le fonti disponibili non offrono una cifra isolata e affidabile per la bonifica della sola area a caldo in caso di chiusura: la stima più solida che abbiamo verificato — oltre 3,5 miliardi di euro (ricostruzione giornalistica su fonti La Stampa) [4] — si riferisce esplicitamente alla dismissione e bonifica dell'intero stabilimento, non della sola area a caldo, e non è quindi corretto riportarla come se descrivesse lo scenario realmente in discussione.
Due cifre più mirate, ma di natura diversa da quella cercata, aiutano comunque a farsi un'idea di scala: secondo l'avvocato Maurizio Rizzo Striano (associazione Genitori Tarantini), adeguare un solo altoforno alla rimozione integrale dell'amianto — cioè renderlo conforme per continuare a produrre, non per chiuderlo — costerebbe tra i 700 e gli 800 milioni di euro, mentre estendere l'adeguamento a tutti gli altiforni mantenendo l'attuale livello produttivo (6 milioni di tonnellate) potrebbe arrivare fino a 8 miliardi [10]. Sono cifre di adeguamento alla normativa vigente, non di bonifica per chiusura: rispondono alla domanda "quanto costa tenerla in piedi in sicurezza", non a "quanto costa smantellarla". Il "600 milioni" citato dalla struttura commissariale, verificato in una precedente stesura di questo dossier, resta a sua volta riferito a un perimetro di attività di bonifica già avviate, più ristretto di entrambi questi scenari.
In sintesi onesta: non disponiamo, ad oggi, di una stima pubblica e verificabile del costo specifico di bonifica della sola area a caldo in caso di chiusura. Chiunque citi una cifra precisa per questo scenario specifico — che sia un sindacato, un'associazione datoriale o un politico — sta probabilmente estrapolando da dati riferiti a perimetri diversi, come abbiamo dovuto correggere anche in questo stesso dossier.
Sulla cifra di 15 miliardi diffusa da Aigi (l'associazione delle imprese dell'indotto) [5]: la trattiamo con la massima cautela. Aigi ha un interesse economico diretto nel mantenimento dell'area a caldo attiva, e ha pubblicamente richiesto al Governo, tra le altre cose, un confronto tra i costi di prosecuzione e quelli di chiusura — un confronto che, se la cifra di partenza sulla chiusura è gonfiata, produce automaticamente una conclusione favorevole alla propria posizione. Non è un dato tecnico verificato in modo indipendente, ed è ragionevole sospettarne una componente di esagerazione strumentale — la stessa logica, dall'altra parte dello schieramento, dei "25.000 posti a rischio" già smontati sopra.
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- Il bilancio finale: se si confrontano i 40 milioni di euro al mese di perdite che l'ex ILVA genera per galleggiare a soli 2 milioni di tonnellate di produzione, il costo per finanziare la riconversione dei lavoratori dell'area a caldo (280-360 milioni nel biennio, o 180-240 nello scenario più ottimistico) risulta sostenibile nel tempo su quella specifica voce. Sul fronte della bonifica vera e propria, però, l'onestà impone di ammettere che non abbiamo una cifra affidabile a cui ancorare un giudizio di sostenibilità — ed è proprio questa incertezza, più che la mancanza di buona volontà, a rendere difficile una decisione rapida e condivisa.
Un avvertimento sui fondi europei: i 795 milioni del Just Transition Fund sono assegnati sulla carta, ma i bandi per utilizzarli non sono ancora partiti — tra le cause, anche la chiusura dell'Agenzia per la coesione territoriale che doveva coordinarli. Circa due terzi di quella quota provengono dal Fondo di Rilancio UE, che ha una scadenza improrogabile: fine 2026. Se i fondi non vengono spesi entro quella data, vengono revocati [6]. È un rischio concreto, non un'ipotesi remota, e vale la pena tenerlo presente ogni volta che si cita quella cifra come "già garantita".
IN SINTESI
Il vero ostacolo non è la mancanza di denaro ma la volontà politica di decretare la fine del ciclo primario dell'acciaio e i tempi burocratici di attivazione dei cantieri. I numeri raccontano una storia diversa da quella che circola: uno stabilimento che produce un sesto di quanto potrebbe, un'occupazione reale già molto ridimensionata dalla cassa integrazione, e fondi pubblici ed europei in parte stanziati ma non ancora messi al sicuro. Chi ha davvero a cuore l'interesse della città farebbe bene a partire da questi dati — verificati e datati — non dagli slogan, di nessuno schieramento.
FONTI
[3] Confapi Taranto / TrmTv, "Confapi, 'troppe domande senza risposte sul futuro dell'ex Ilva'", 16 agosto 2026
[4] Energia Oltre, "Ex Ilva, dopo stop area a caldo Urso convoca imprese e sindaci per exit strategy e bando" (ricostruzione dati La Stampa), luglio 2026; Volt Italia, "Ex ILVA Taranto: la politica industriale che serve", agosto 2026
[5] Buonasera24, "Ex Ilva, cancellato il miliardo per il preridotto: «Taranto trattata come una colonia»" (comunicato Aigi), 10 luglio 2026
[6] Avvenire, "Ex Ilva: l'Italia rischia di perdere gli 800 milioni di fondi Ue per Taranto"
[7] Corriere di Taranto, "Bonifiche ex Ilva, ci sono 155 milioni (per ora)", marzo-aprile 2026
[8] Italia Che Cambia, "Ex Ilva, la Camera approva il decreto: 400 milioni per bonifiche e continuità produttiva", marzo 2025
[9] Corriere di Taranto, cit.
[10] PeaceLink, "Scacco matto all'Ilva: il decreto è certo, i giochi per l'area a caldo sono chiusi" (dichiarazioni avv. Maurizio Rizzo Striano, associazione Genitori Tarantini), agosto 2026

































































