Il DRI come condizione. Nessuno lo discute, tutti lo impongono.
Negli ultimi giorni, ascoltando i sindacati, emerge un pattern netto: il DRI non viene più presentato come un'opzione da valutare, ma come precondizione non negoziabile per qualsiasi accordo su Taranto.
Valerio D'Alò (segretario nazionale Fim Cisl): "Ilva deve affrontare il suo processo di decarbonizzazione e puntare su forni elettrici e Dri... è l'unico modo per far rientrare l'emergenza sociale." Pietro Cantoro (Fim Cisl Taranto-Brindisi) rilancia: bisogna superare "il contrasto tra ambiente e occupazione" attraverso "l'adozione e l'introduzione di impianti tecnologici green." Ferdinando Uliano (segretario generale Fim Cisl) alza ulteriormente la posta: l'obiettivo dichiarato è 6 milioni di tonnellate a Taranto, con quattro forni elettrici e quattro impianti DRI in un piano di otto anni.
Non un'ipotesi tra altre. La condizione.
Nessuno, in queste dichiarazioni, si sofferma sul fatto che quale DRI arriverà — prodotto in loco o importato dall'estero — non è ancora deciso, e che le due strade comportano conseguenze molto diverse per occupazione e infrastrutture. Il piano che il governo continua a citare come riferimento (DRI Italia, produzione locale) è diverso da quello che risulterebbe legato all'offerta della cordata indiana Jindal (DRI importato dall'Oman) — due strade incompatibili, e nemmeno chiaro quale l'esecutivo stia davvero sostenendo mentre i sindacati ne parlano come fosse già decisa. Confusione, più che piano.
Ma con un'unica realtà che non cambia in nessuno dei due scenari: il minerale di ferro continuerebbe comunque a passare dal porto, lungo i nastri trasportatori, nei parchi minerali — ancora una volta a ridosso del quartiere Tamburi. Cambia il nome dell'impianto. Non cambia cosa arriva, e da dove, nell'aria di chi vive lì.
E mentre sindacati e imprenditori parlano — con ampio spazio sui media locali, che raccolgono e riportano ogni loro dichiarazione — la città resta silenziosa nel dibattito pubblico. Non risulta una sola inchiesta, un solo approfondimento nelle stesse testate, che chieda ai cittadini cosa ne pensano di questa "condizione" imposta come ovvia. Il Presidente della Regione e il sindaco di Taranto, dal loro canto, si limitano a dichiarazioni di principio — un "patto nazionale per la città", un appello all'unità — senza mai scendere nel merito tecnico di cosa comporterebbe davvero il DRI per la salute di chi ci vive.
Parole. Ancora parole. Nel frattempo si avvicina il 20 ottobre, in Cassazione — la vera scadenza che conta, dopo che l'11 settembre ha già respinto la prima richiesta di sospensiva.
Stiamo preparando un capitolo completo sul DRI — cos'è davvero, quali sono i due scenari possibili per Taranto, e perché nessuno dei due risolve il problema alla radice. In arrivo su Taranto Antica.


































































