Taranto … com’era … tra mito e storia

Il DRI: la localizzazione "da decidere" da tre anni, il mantra ripetuto ogni settimana

Girano voci sempre più insistenti, in vista dell'incontro di oggi pomeriggio, che il governo insisterà ancora sul DRI come la soluzione per Taranto. Non è una sorpresa: il sottosegretario Mantovano lo ripete come un mantra a ogni incontro delle ultime settimane, parola per parola identica ogni volta: "il futuro dell'Ilva sarà in ogni caso legato al green e alla decarbonizzazione attraverso i forni elettrici alimentati a DRI."

C'è un dettaglio che dovrebbe far riflettere chiunque lo ascolti con un minimo di attenzione: a distanza di tre anni dal primo annuncio (2023), la localizzazione dell'impianto non è ancora stata decisa. È scritto negli stessi documenti ufficiali: un accordo firmato prevede che governo, Regione ed enti locali si rivedano proprio dopo oggi "per valutare la possibile localizzazione degli impianti." Tre anni di annunci, e ancora "da valutare".

E dove finirebbe, quando (e se) la decideranno? Il preridotto nasce dal minerale di ferro — lo stesso minerale che arriva dal porto e si stocca nei parchi minerari, a circa 200 metri dal quartiere Tamburi. Costruirlo altrove richiederebbe raddoppiare porto, stoccaggio e nastri trasportatori — quelli che, ricordiamo, restano scoperti per chilometri proprio nel tratto verso i parchi. Soluzioni più intelligenti, e più lontane dal quartiere, esisterebbero sulla carta — ma richiederebbero una programmazione che in tre anni non abbiamo visto nemmeno per decidere dove costruire.

Ma il punto più importante, quello che va detto senza mezzi termini, è un altro: anche se il DRI venisse costruito, e anche se venisse costruito lontano dai Tamburi, non risolverebbe nulla del problema di fondo. Mettiamoli in fila, uno per uno, tutti gli aspetti che restano identici a oggi:

  • Il minerale di ferro continua ad arrivare, a essere scaricato in porto, trasportato, stoccato — stessa filiera, stesso inquinamento da polveri, stessi nastri scoperti
  • Il combustibile resta un fossile: gas naturale, non idrogeno — l'obbligo di idrogeno è già stato tolto per decreto
  • Servirebbe una nave rigassificatrice nel porto — altro inquinamento, altro rischio, altro impianto pesante a ridosso della città
  • La riduzione di CO2 realistica si ferma intorno al 30%, non al 90% che si continua a sbandierare — quella percentuale più alta descrive uno scenario a idrogeno verde che, lo ripetiamo, non esiste più per legge
  • Quel 30% di CO2 "ridotta" non sparisce: andrebbe catturata e stoccata, con un impianto CCS da 500 milioni di euro di cui non si sa nemmeno dove finirebbe la CO2 catturata

Messi insieme, questi punti dicono una cosa sola: la decarbonizzazione, in questa forma, non è la fine dell'inquinamento. È lo stesso inquinamento, con un nome diverso e una narrazione più rassicurante. Saremmo punto e a capo — stesso porto, stesso minerale, stesso gas, solo con un impianto nuovo e una parola più elegante da dire in tv.

Per questo, gli unici numeri che dicono davvero qualcosa di nuovo per la salute della città sono quelli legati alla chiusura definitiva dell'area a caldo — non alla sua trasformazione in una versione leggermente meno peggiore di se stessa.

 

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**001. La Fondazione di Taranto (706 a.C.)** Taranto fu fondata nel 706 a.C. da coloni spartani guidati da Falanto. La città nacque come colonia greca e fu chiamata Taras, un nome legato al mito di Taras, figlio di Poseidone. La sua posizione strategica sulla costa ionica la rese subito un importante centro commerciale e marittimo.

Taranto nell'800 ... com'era

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