TARANTO AL BIVIO
Tremila anni di storia raccontano una città che ha attraversato dominazioni, rinascite, distruzioni e ricostruzioni — dai Falanti spartani a Bisanzio, dagli Aragonesi alla Taranto operaia del Novecento. In tutto questo tempo, Taranto ha sempre trovato il modo di reinventarsi. Ma nessuna delle epoche raccontate in queste pagine ha lasciato un segno così profondo, e così controverso, come gli ultimi sessant'anni: quelli dell'Italsider prima e dell'ILVA poi, l'acciaieria che ha dato lavoro a migliaia di famiglie tarantine e, allo stesso tempo, ha segnato il destino sanitario e ambientale della città in un modo che il "Tempo Spezzato" e il "Manifesto" di questo sito hanno già raccontato senza mezzi termini.
Questo approfondimento non prende le parti di nessuno schieramento politico o sindacale — tutti, a vario titolo, portano responsabilità in questa storia — ma prova a restituire ai cittadini di Taranto gli strumenti per farsi un'idea propria, invece di subire quella altrui.
LA DECARBONIZZAZIONE
"Decarbonizzazione". La parola che negli ultimi due anni ha sostituito "area a caldo" come nuovo rifugio di chi, capito che tenere in piedi il vecchio ciclo integrale è ormai politicamente e giudiziariamente impraticabile, ha bisogno di un piano B che suoni rassicurante. Pulita, verde, sostenibile: tre aggettivi ripetuti così spesso da sembrare ormai automatici. Proviamo a vedere cosa c'è davvero dietro, cifre alla mano.
Non è un piano, sono due — e nessuno dei due è finanziato per intero. Il "piano di decarbonizzazione" prevede la sostituzione degli altiforni con forni elettrici alimentati da preridotto (DRI), prodotto sul posto dal minerale di ferro trattato con gas naturale. Un miliardo di euro è stato stanziato per il primo modulo. Ma a giugno 2025 un decreto ha già cancellato l'obbligo di alimentare quegli impianti con idrogeno [11], lasciando solo il gas naturale — cioè un altro combustibile fossile. E a luglio 2026, un anno dopo, anche i fondi rimasti sono stati dirottati dal ministero dell'Ambiente a quello del Made in Italy, non più vincolati specificamente a Taranto [12]. In pratica: prima tolgono la parte "verde" del piano, poi tolgono anche i soldi. Chiamarla "decarbonizzazione" a questo punto è già un atto di ottimismo.
Quanto si riduce davvero la CO2? Dipende da chi lo chiede. Uno studio tecnico di Federmanager (2020) stima una riduzione dell'ordine del 30% [13] nello scenario realistico senza idrogeno — quello che, di fatto, è l'unico scenario ancora legalmente previsto dopo il decreto del 2025. Uno studio Legambiente/Università di Bari (2025) più recente e più ottimistico arriva fino all'85-90% [14], ma solo nello scenario con idrogeno verde e energia rinnovabile al 100% — lo stesso scenario che il Governo ha già smontato per decreto. Tradotto: la percentuale più alta che si sente citare in giro descrive un piano che non esiste più.
E quel 30% (o quel che sarà) di CO2 non sparisce: va catturata e stoccata. È previsto un impianto di cattura e stoccaggio (CCS) da 500 milioni di euro [15] — un ulteriore costo, un'ulteriore infrastruttura, un'ulteriore incognita, perché nelle fonti ufficiali non risulta specificato dove questa CO2 catturata verrebbe effettivamente trasportata e stoccata. "Pulito" un processo che deve nascondere sottoterra ciò che produce è una scelta di parole quantomeno generosa.
Il minerale di ferro resta protagonista assoluto — e con lui l'inquinamento che conosciamo da una vita. Il DRI si produce dal minerale di ferro, non elimina la necessità dei parchi minerari né dei nastri trasportatori. I due grandi parchi primari (minerale e fossile) risultano oggi quasi completamente coperti, dopo anni di lavori. Ma anche una copertura quasi completa non ha eliminato il problema: nubi di polvere rossastra sono tornate a calare sul rione Tamburi anche in anni recenti, durante episodi di vento forte, con parti dello stabilimento — nastri trasportatori, aree di stoccaggio intermedio, parchi minori — che restano esposte all'aperto. Coprire i parchi principali era la parte più semplice del problema; il resto della filiera del minerale, dal porto ai nastri fino ai depositi temporanei, resta in gran parte scoperto.
E poi c'è il gas: tanto, e non a chilometro zero. Per alimentare i nuovi impianti DRI servirebbe una nave rigassificatrice da 500 milioni di euro, piazzata nel porto di Taranto — perché il gasdotto TAP è giudicato troppo lento. Una piattaforma galleggiante di gas naturale liquefatto, a ridosso di una città che sta contemporaneamente investendo sul turismo crocieristico, che gli stessi enti competenti indicano come potenzialmente in conflitto con quel traffico. Il sindaco di Taranto si è opposto [16]. Il metano, va ricordato, è un gas serra molto più potente della CO2 nei primi vent'anni dalla sua dispersione in atmosfera — un problema che si somma, non si sottrae, a quello del carbone: sposta il tipo di emissione, non necessariamente la riduce, e ha il vantaggio politico di non fare fumo visibile dai camini di Taranto."
In sintesi: non esiste, ad oggi, una versione della "decarbonizzazione" di Taranto che sia pulita nel senso che la parola suggerisce alla gente comune. Nella migliore delle ipotesi (mai finanziata fino in fondo e già bocciata per decreto) si riduce la CO2 dell'80-90%, ma resta il minerale, restano i parchi, restano i nastri, resta un gas serra ancora più aggressivo a monte della filiera e resta una CO2 residua da nascondere sottoterra senza sapere ancora bene dove. Nello scenario più probabile — quello effettivamente ancora in piedi oggi, senza idrogeno e senza fondi dedicati — la riduzione si ferma a un modesto 30%. Chiamarla "sostenibile" richiede una definizione molto elastica della parola.
FONTI
[11] HydroNews, "Il Governo cancella l'idrogeno dalla mission di DRI d'Italia", 13 giugno 2025
[12] Siderweb, "DRI d'Italia, il Governo rivede il finanziamento", 10 luglio 2026
[13] Studio Federmanager, "Rilancio Taranto", 2020
[14] Legambiente/Università di Bari, "Taranto dopo il carbone", ottobre 2025
[15] Corriere di Taranto / Agenzia Nova, "Ecco il piano per decarbonizzare l'ex Ilva", luglio 2025
[16] Panorama, "Taranto dice no al rigassificatore", agosto 2025

































































