TARANTO AL BIVIO
Tremila anni di storia raccontano una città che ha attraversato dominazioni, rinascite, distruzioni e ricostruzioni — dai Falanti spartani a Bisanzio, dagli Aragonesi alla Taranto operaia del Novecento. In tutto questo tempo, Taranto ha sempre trovato il modo di reinventarsi. Ma nessuna delle epoche raccontate in queste pagine ha lasciato un segno così profondo, e così controverso, come gli ultimi sessant'anni: quelli dell'Italsider prima e dell'ILVA poi, l'acciaieria che ha dato lavoro a migliaia di famiglie tarantine e, allo stesso tempo, ha segnato il destino sanitario e ambientale della città in un modo che il "Tempo Spezzato" e il "Manifesto" di questo sito hanno già raccontato senza mezzi termini.
Questo approfondimento non nasce per raccontare il passato, ma per provare a leggere il presente con lo stesso rigore che abbiamo cercato di applicare alla storia antica: mettendo in fila i numeri reali — produzione, occupazione, costi, fondi disponibili — invece degli slogan. Sulla vicenda ILVA si scontrano da anni due narrazioni contrapposte, entrambe spesso costruite più su slogan che su dati. Da una parte chi grida alla catastrofe occupazionale ad ogni ipotesi di ridimensionamento, dall'altra chi minimizza l'impatto ambientale e sanitario in nome del "lavoro". Questo approfondimento non prende le parti di nessuno schieramento politico o sindacale — tutti, a vario titolo, portano responsabilità in questa storia — ma prova a restituire ai cittadini di Taranto gli strumenti per farsi un'idea propria, invece di subire quella altrui.
IL PARADOSSO INDUSTRIALE — 2 milioni di tonnellate su un gigante da 12
Lo stabilimento di Taranto vive un'insostenibile asimmetria strutturale:
-
- Capacità progettata: l'impianto è dimensionato, a livello di spazi, cokerie e altiforni, per produrre fino a 10-12 milioni di tonnellate di acciaio all'anno.
- Produzione attuale: la realtà industriale degli ultimi anni vede lo stabilimento viaggiare su una produzione ridotta al minimo storico, oscillante intorno ai 2 milioni di tonnellate — usiamo questa cifra come riferimento per i calcoli che seguono, pur segnalando che i dati più recenti (inizio 2026) indicano un valore reale ancora più basso, tra 1,5 e 1,8 milioni. L'obiettivo dichiarato dai commissari è riportare la capacità impiantistica a 4 milioni di tonnellate entro aprile 2026 — un obiettivo di capacità produttiva, non ancora di produzione effettiva.
- Il costo dell'inefficienza: far girare un gigante industriale concepito per i grandi volumi a un sesto della sua capacità genera costi fissi di manutenzione, sicurezza e gestione energetica spaventosi. Questa asimmetria è la causa principale delle perdite finanziarie croniche e dimostra che l'area a caldo, così come concepita, è già economicamente disfunzionale.
I NUMERI DEL LAVORO
Dobbiamo però ridefinire correttamente i contorni reali del problema al di là della narrativa istituzionale. Analizziamo i dati attuali, le asimmetrie dimensionali dello stabilimento e le reali implicazioni del modello basato sull'importazione di semilavorati (bramme).
Sfatare il mito dei "18-20.000 posti a rischio (dalla chiusura dell'area a caldo)"
Una premessa è d'obbligo: la cifra di 18-20 mila persone legate all'indotto ex ILVA, diretti più indiretti, è probabilmente corretta se riferita all'intero stabilimento — una fonte finanziaria recente (MilanoFinanza, agosto 2026) [1] la cita in questi termini, parlando di "20 mila occupati diretti e indiretti" come questione di sicurezza nazionale. Il problema è un altro: quella cifra viene sistematicamente usata sui social e nel dibattito pubblico come se fosse il numero di posti che sparirebbero per la sola chiusura dell'area a caldo — e lì i dati raccontano una storia diversa:
-
- I dipendenti effettivi: l'intero gruppo (Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria più la vecchia Ilva) conta oggi circa 9.700 dipendenti diretti in totale (dato dell'istanza di Cassa Integrazione di febbraio 2026) [2], distribuiti in vari siti italiani (Taranto, Genova, Novi Ligure). In alcune fasi del 2025 il totale del gruppo aveva superato gli 11.500, per poi ridursi con la riorganizzazione in corso.
- La cassa integrazione: una fetta significativa di questa forza lavoro (fino a 4.450 persone nel gruppo, di cui la stragrande maggioranza a Taranto) è già strutturalmente ferma in cassa integrazione straordinaria [2].
- L'indotto reale: le aziende esterne e dell'appalto muovono tra i 3.000 e i 5.000 lavoratori a seconda dei cicli di manutenzione straordinaria degli impianti.
Mantenere attivi i soli laminatoi, la finitura e la logistica portuale (alimentati da bramme esterne) assorbirebbe comunque una parte rilevante dei dipendenti — una stima ragionevole, non un dato ufficiale, la colloca tra il 40% e il 50% dell'organico attuale. Il "rischio occupazionale netto" legato esclusivamente alla chiusura dell'area a caldo si attesterebbe realisticamente su una frazione gestibile tramite ammortizzatori sociali, prepensionamenti e piani di ricollocamento nelle bonifiche.
I lavoratori attivi nel quotidiano sono quindi drasticamente inferiori rispetto al passato ed ai numeri troppo spesso citati.
FONTI
[1] MilanoFinanza, "Ex Ilva, la cordata italiana si fa avanti: partono le interlocuzioni con il governo", agosto 2026
[2] Istanza di Cassa Integrazione Straordinaria del gruppo Acciaierie d'Italia/Ilva in AS, febbraio 2026

































































