TARANTO AL BIVIO
Tremila anni di storia raccontano una città che ha attraversato dominazioni, rinascite, distruzioni e ricostruzioni — dai Falanti spartani a Bisanzio, dagli Aragonesi alla Taranto operaia del Novecento. In tutto questo tempo, Taranto ha sempre trovato il modo di reinventarsi. Ma nessuna delle epoche raccontate in queste pagine ha lasciato un segno così profondo, e così controverso, come gli ultimi sessant'anni: quelli dell'Italsider prima e dell'ILVA poi, l'acciaieria che ha dato lavoro a migliaia di famiglie tarantine e, allo stesso tempo, ha segnato il destino sanitario e ambientale della città in un modo che il "Tempo Spezzato" e il "Manifesto" di questo sito hanno già raccontato senza mezzi termini.
Questo approfondimento non nasce per raccontare il passato, ma per provare a leggere il presente con lo stesso rigore che abbiamo cercato di applicare alla storia antica: mettendo in fila i numeri reali — produzione, occupazione, costi, fondi disponibili — invece degli slogan. Sulla vicenda ILVA si scontrano da anni due narrazioni contrapposte, entrambe spesso costruite più su slogan che su dati. Da una parte chi grida alla catastrofe occupazionale ad ogni ipotesi di ridimensionamento, dall'altra chi minimizza l'impatto ambientale e sanitario in nome del "lavoro". Questo approfondimento non prende le parti di nessuno schieramento politico o sindacale — tutti, a vario titolo, portano responsabilità in questa storia — ma prova a restituire ai cittadini di Taranto gli strumenti per farsi un'idea propria, invece di subire quella altrui.
LA PROPOSTA: CHIUDERE L'AREA A CALDO
L'unica via d'uscita, secondo questa lettura, è la chiusura dell'area a caldo. Le bramme di acciaio arriverebbero da approvvigionamenti esterni (come, guarda caso, in tutte le acciaierie italiane) e tutta l'area a caldo, bonificata nel tempo, diventerebbe finalmente un cuscinetto tra la fabbrica e la città.
Trasformare Taranto in un sito di sola laminazione, acquistando le bramme (le grandi lastre di acciaio grezzo) dall'esterno, è un'ipotesi concreta. Una cordata di siderurgici italiani (Federacciai) ha manifestato interesse per rilevare e gestire proprio l'area a freddo di Taranto, spinta anche dalle sentenze giudiziarie che impongono lo stop ai vecchi impianti termici.
I vantaggi del modello:
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- Eliminazione immediata delle fonti critiche: lo spegnimento di parchi minerari, cokerie e altiforni azzererebbe le emissioni industriali più vicine ai quartieri Tamburi e Paolo VI, e con esse cesserebbe la fonte principale dell'inquinamento da polveri e diossine.
- Creazione di una zona cuscinetto: la bonifica di quell'area creerebbe una barriera spaziale di separazione tra lo stabilimento e il centro abitato.
- Uso strategico del porto: Taranto possiede un porto profondo e banchine nate per accogliere navi oceaniche cariche di materie prime. Questo vantaggio logistico verrebbe riconvertito per lo sbarco rapido delle bramme da lavorare nei treni di laminazione.
- Integrazione con la filiera nazionale: è un modello diffuso in Italia — tutte le principali acciaierie del nord Italia funzionano già partendo da semilavorati o dal riciclo di rottami nei forni elettrici, senza produrre ghisa da zero. Taranto diventerebbe il più grande hub di trasformazione costiero d'Europa, lavorando acciaio semilavorato per l'industria automobilistica, della meccanica e dei tubifici.
Le criticità tecniche ed economiche:
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- Dipendenza dal mercato internazionale: non producendo più l'acciaio primario dal minerale fossile, lo stabilimento diventerebbe totalmente dipendente dalle fluttuazioni di prezzo e dalla disponibilità geopolitica delle bramme sui mercati esteri (es. Brasile, India, o Medio Oriente).
- Margini di profitto ridotti: il valore aggiunto della siderurgia sta nella trasformazione dal minerale al prodotto finito. Acquistare un semilavorato riduce il margine di guadagno per tonnellata, rendendo la fabbrica vulnerabile se non è iperefficiente nella logistica e nell'energia.
- Riduzione della forza lavoro complessiva: anche nella migliore delle ipotesi di riconversione (laminazione, finitura, logistica), il numero di occupati necessari per un ciclo di sola trasformazione resta strutturalmente inferiore a quello di un ciclo integrale, indipendentemente da quanto efficacemente si gestisca la transizione.
Chi invece sostiene il piano di decarbonizzazione con tecnologia DRI (Preridotto) e forni elettrici solleva altre priorità:
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- Indipendenza strategica: produrre l'acciaio partendo dal minerale vergine (ciclo primario) è considerato essenziale dallo Stato per l'autonomia industriale italiana, evitando la dipendenza da fornitori esteri di bramme.
- Salvaguardia dei livelli occupazionali: il ciclo completo impiega migliaia di lavoratori in più rispetto alla sola laminazione. La chiusura dell'area a caldo comporterebbe un forte ridimensionamento del personale.
- Sostenibilità del mercato dei rottami: i forni elettrici tradizionali richiedono grandi quantità di rottame ferroso, una materia prima scarsa e costosa. Il preridotto (DRI) permetterebbe, secondo i suoi sostenitori, di produrre acciaio con un impatto ridotto usando direttamente il minerale ed aggirando questo limite — un'affermazione che va presa con le pinze: ne abbiamo smontato pezzo per pezzo la presunta "pulizia" in questo articolo.
Il nodo centrale rimane quindi politico ed economico: scegliere se dare priorità all'azzeramento del rischio ambientale locale tramite la chiusura, o al mantenimento della produzione primaria tramite una transizione tecnologica complessa e costosissima. Va comunque considerato che, a fronte dei costi aggiuntivi della via delle bramme, si realizzerebbe un grande risultato sociale già descritto sopra: la drastica riduzione dell'inquinamento ambientale prodotto dall'ILVA.
In sintesi, il passaggio alle bramme esterne non è solo un'alternativa ambientale, ma l'accettazione del fatto che Taranto non produce più (e non produrrà mai più) i volumi storici per cui era stata progettata. Va anche considerato però il fatto che il fabbisogno mondiale di acciaio si è fortemente ridotto e tutte le acciaierie nel mondo si stanno muovendo verso un drastico ridimensionamento.

































































