Taranto … com’era … tra mito e storia

2026… Un anno dopo: lo stesso bluff e le stesse assenze

Il 15 novembre 2025, alla Biblioteca Acclavio di Taranto, si è tenuto un convegno con un titolo che oggi, un anno dopo, suona quasi profetico: “Oltre il bluff della decarbonizzazione. Ex Ilva tra transizione mancata, lavoratori in esubero, diritto climatico e rischi sistemici.” Non un evento simbolico, ma un confronto tra esperti — università, CNR, avvocatura ambientale, epidemiologia — che con dati alla mano smontava punto per punto la narrazione che oggi, dodici mesi dopo, continua a circolare identica. Le istituzioni invitate non si presentarono. Vale la pena riprendere quegli interventi e verificarli con i numeri che abbiamo raccolto da allora.

“Non esiste alcuna possibilità di decarbonizzare in quattro anni”

Lo diceva l’ingegner Mauro Solari, esperto di valutazioni ambientali: “Solo la procedura autorizzativa richiederebbe almeno quattro anni, e altri sei per costruire gli impianti” — un minimo di dieci anni, non i tempi rapidi che si continuano a promettere.

A un anno di distanza, i fatti confermano questa lentezza strutturale: la localizzazione stessa dell’impianto DRI, annunciata nel 2023, non è stata ancora decisa — nemmeno se costruirlo a Taranto o altrove. Un incontro specificamente dedicato a “valutare la possibile localizzazione” è calendarizzato solo per la fine di questo mese. Tre anni per non decidere nemmeno dove.

Solari indicava anche due scorciatoie illegittime che la politica potrebbe tentare per accelerare artificialmente i tempi: autorizzare gli impianti per legge bypassando la normativa europea, o depotenziare la procedura di VIA. Entrambe, avvertiva, “foriere di nuovi contenziosi” — un avvertimento che risulta ancora più concreto oggi, con almeno due istanze di sospensiva già presentate e respinte, e una nuova udienza in Cassazione fissata per il 20 ottobre.

L’AIA costruita sull’anno di produzione peggiore di sempre

L’avvocato Maurizio Rizzo Striano — già presidente della Commissione IPCC-AIA, e legale dei Genitori Tarantini — solleva al convegno un punto tecnico-giuridico decisivo: la nuova Autorizzazione Integrata Ambientale proposta dal Governo si basa sui dati emissivi del 2024, “anno di produzione minima”, rendendo artificialmente “compatibile” ciò che a pieno regime non lo sarebbe.

Verifichiamo il dato. Il 2024 è stato, per più fonti indipendenti, davvero l’anno peggiore nella storia dello stabilimento: meno di 2,3 milioni di tonnellate prodotte — il record negativo assoluto, confermato sia dal Corriere di Taranto (citando la Fiom-Cgil) sia dalla Gazzetta del Mezzogiorno. Per contesto: l’autorizzazione prevede una capacità di 6 milioni di tonnellate; dieci anni prima (2013 circa) lo stabilimento produceva 6,2 milioni — quasi il triplo del dato 2024.

L’AIA che oggi regola le emissioni consentite è stata quindi calibrata su un anno in cui l’impianto ha lavorato a circa un terzo della propria capacità autorizzata. Se la produzione tornasse a pieno regime, le emissioni reali supererebbero ampiamente quelle su cui l’autorizzazione è stata costruita — esattamente il punto di Rizzo Striano, ora quantificabile con precisione.

Il precedente di Genova: non un’ipotesi, una storia già scritta

Rizzo Striano ricorda al convegno che “per diritto europeo, l’area a caldo è destinata alla chiusura, poiché incompatibile con la vita umana — così come fu stabilito nel 2005 per la città di Genova.”

Il riferimento è documentato nei minimi dettagli, e la fonte non potrebbe essere più autorevole: il Ministero della Giustizia italiano, in un atto relativo a una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ricostruisce la vicenda con precisione. Nel 2002 le autorità giudiziarie ordinarono la chiusura della cokeria di Cornigliano (Genova) perché studi epidemiologici avevano dimostrato un nesso tra le particelle emesse e il tasso di mortalità della popolazione, risultato “molto più elevato nel quartiere interessato rispetto agli altri quartieri della città.” Nel 2005 fu chiuso anche l’altoforno.

E qui emerge un dettaglio storico che quasi nessuno ricorda, e che chiude un cerchio quasi impressionante: lo stesso documento ministeriale specifica che, dopo la chiusura genovese, “l’intera produzione della zona a caldo di questo stabilimento fu quindi trasferita a Taranto.”

Taranto, vent’anni fa, assorbì la produzione che Genova dismise per ragioni sanitarie. Oggi affronta la stessa identica logica giuridica e sanitaria che allora colpì Cornigliano — con la differenza che, questa volta, non c’è un’altra Taranto pronta a raccogliere il carico.

Paolo VI, non solo Tamburi

La dott.ssa Cristina Mangia (CNR-ISAC) amplia al convegno la mappa del danno sanitario, ricordando che l’inquinamento riguarda “non solo i quartieri confinanti con la fabbrica, ma anche Paolo VI, dove anomalie di mortalità femminile e maschile richiedono risposte basate su dati, non su ipotesi.”

Un anno dopo, quei dati esistono, e sono impressionanti. Uno studio del Comune di Taranto, presentato dalla Società Italiana di Medicina Ambientale a novembre 2025, analizza il periodo 2001-2020: nei tre quartieri Nord della città (Tamburi, Paolo VI, Città Vecchia-Borgo) si registra un eccesso di 1.020 decessi rispetto ai dati di riferimento regionale, con un picco del 68% di eccesso di mortalità maschile a Paolo VI, registrato nel 2019. Altri studi precedenti (Ministero della Salute, 2012) avevano già rilevato a Paolo VI un eccesso del 42% di tumori maligni negli uomini, in particolare al pancreas e al polmone.

Non è un’ipotesi, come temeva Mangia dovesse restare. È un dato pubblico, con vent’anni di serie storica, e riguarda un quartiere che nel dibattito pubblico viene citato molto meno spesso di Tamburi.

Un vuoto costituzionale mai colmato

Il prof. Michele Carducci, costituzionalista climatico, segnalava al convegno l’assenza — nella proposta governativa — di ogni riferimento agli articoli 9 e 41 della Costituzione, che impongono la tutela dell’ambiente e della salute delle generazioni presenti e future. Un anno dopo, nessuno dei decreti, degli accordi di programma o dei piani discussi ai tavoli di Palazzo Chigi ha mai richiamato esplicitamente quel fondamento costituzionale — lo stesso vuoto, riproposto identico, dodici mesi più tardi.

Le istituzioni, invitate, non si presentarono

A organizzare il convegno furono quattro realtà del territorio: Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, Associazione Genitori Tarantini, LMO Sindacato di Base, Terra Jonica. Le istituzioni furono invitate. Non si presentarono.

Dodici mesi dopo, la stessa assenza si ripete con gli stessi protagonisti: tavoli a Torino e Roma, audizioni parlamentari, decreti in discussione — e nessuno di questi cinque argomenti, tecnici, giuridici, scientifici, mai affrontato pubblicamente da chi avrebbe dovuto ascoltarli allora, e continua a non farlo oggi.

Non è mancanza di dati. I dati, come abbiamo verificato, esistono, sono pubblici, sono solidi. È mancanza di volontà di ascoltarli.

FONTI

[1] Associazioni organizzatrici (Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, Associazione Genitori Tarantini, LMO Sindacato di Base, Terra Jonica), resoconto del convegno “Oltre il bluff della decarbonizzazione”, 15 novembre 2025
[2] Gazzetta del Mezzogiorno, “Ex Ilva, tempi supplementari per aggiustare le offerte”, febbraio 2025
[3] Corriere di Taranto, “Ex Ilva, nel 2024 produzione a picco”, gennaio 2025
[4] Il Sole 24 Ore, audizione ministro Urso, ottobre 2023 (dati produzione storica 2013-2022)
[5] Ministero della Giustizia, documentazione su sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo relativa a Ilva/Cornigliano
[6] Il Fatto Quotidiano, “L’altoforno deve chiudere. Quando Clini voleva fermare l’Ilva (di Genova)”, 2012
[7] QuotidianoSanità, “Nei quartieri industriali si muore di più, il caso Taranto” (studio Comune di Taranto/SIMA), novembre 2025
[8] Ministero della Salute, “Ambiente e salute a Taranto: evidenze disponibili e indicazioni di sanità pubblica”, 2012

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