Un ricordo che fa male
C'è chi in quello stabilimento ci ha lavorato davvero. Chi ricorda quando i tubifici — TUL1 e TUL2 — erano il fiore all'occhiello dell'Ilva. Chi sa che lo stabilimento di Taranto nacque anche grazie a un accordo tra URSS, ENI e Finsider: greggio sovietico in cambio di tubi saldati? Un'eccellenza che riforniva il mondo.
Oggi quei tubifici sono fermi da anni.
Nel frattempo il mercato mondiale dei tubi in acciaio si avvia verso i 315 miliardi di dollari entro il 2035. Gasdotti, oleodotti, infrastrutture idriche, energia rinnovabile. Il mondo ha fame di tubi. E Taranto guarda.
Qualcuno dovrebbe spiegare perché si è persa perfino la commessa del TAP — 450 milioni di euro, 520.000 tonnellate di tubi — a poche centinaia di chilometri da casa, andata ai tedeschi.
Qualcuno dovrebbe spiegare cosa hanno fatto i Riva, ArcelorMittal, Acciaierie d'Italia e i commissari straordinari che si sono succeduti in questi anni. Ognuno con le proprie responsabilità, nessuno con una visione. Proprietà che hanno gestito lo straordinario come se non esistesse, commissari che si sono limitati all'ordinario intascando i propri compensi.
Eppure il grande tema sembra essere un altro: i rotoli e le lamiere da mandare a Genova. Non i miliardi che il mercato mondiale dei tubi offre a chi ha il coraggio di andarli a prendere. Meglio guardare indietro che guardare avanti.
Area a freddo, rifornita da bramme provenienti dal mercato. È una strada percorribile. Qualcuno ha preferito non percorrerla.
Ma forse è più comodo non saperlo.


































































