IL 10% CHE DECIDE TUTTO
Si sente ripetere spesso: senza gli altiforni di Taranto, l'Italia perde la propria "sovranità siderurgica", resta esposta a "ricatti geopolitici", rischia il collasso di un intero settore industriale. Prima di crederci, vale la pena guardare i numeri — quelli veri, non quelli evocati per impressionare.
Quanto pesa davvero Taranto sull'acciao italiano
Oggi il ciclo a forno elettrico — cioè tutta la siderurgia italiana tranne Taranto — copre già circa il 90% della produzione nazionale di acciaio [1]. L'unico impianto a ciclo integrale rimasto in Italia, quello di Taranto, rappresenta quindi, da solo, circa il 9-10% del totale.
Non è sempre stato così, ma il calo è strutturale e precede di molto la sentenza di questi giorni:
2012: Ilva produceva 8,3 milioni di tonnellate
2022: 3,1 milioni di tonnellate, il 16% della produzione italiana di quell'anno [2]
2025-2026: circa 2 milioni di tonnellate, su una produzione nazionale totale di circa 20-21 milioni — quindi intorno al 9-10% [3]
L'argomento dei "Ricatti geopolitici" non regge ai numeri
Un professore della Bocconi ha sostenuto di recente che senza gli altiforni di Taranto l'Italia sarebbe più esposta a "ricatti geopolitici" (ne abbiamo scritto nella Voce "La Cavia si è Svegliata"). Ma l'Italia importa già oggi il 70% del proprio fabbisogno di acciai piani — 11 milioni di tonnellate importate su 15 consumate [4]. La produzione nazionale di acciai piani è scesa da 14,5 milioni di tonnellate nel 2012 a 8,9 milioni nel 2025 [5] — un crollo strutturale che precede e supera ampiamente il contributo di Taranto da solo.
In altre parole: la dipendenza dall'estero è già una realtà consolidata, con o senza Taranto. Gli altri produttori italiani hanno tentato di colmare il vuoto lasciato dal calo di Ilva, ma con appena 626.000 tonnellate in più — solo il 10% dei volumi persi [5]. Il resto lo ha coperto, semplicemente, l'importazione.
La forza lavoro: Nessuno scenario riporta i numeri di una volta
La riduzione occupazionale non dipende da quale strada si sceglie tra chiusura e trasformazione — dipende dalla tecnologia stessa, che ovunque nel mondo richiede sempre meno manodopera per tonnellata prodotta rispetto al vecchio ciclo integrale.
Un confronto internazionale, per tecnologia:
Ciclo integrale "ai tempi dei Riva": circa 1.500 lavoratori per milione di tonnellate/anno [6]
Forno elettrico a rottame (come Port Talbot, Regno Unito): tra 227 e 400 lavoratori per milione di tonnellate [7]
DRI + forno elettrico (tecnologia proposta per la decarbonizzazione di Taranto): 350-400 lavoratori per milione di tonnellate [6][8]
Ma il dato più solido, perché reale e non proiettato, riguarda proprio lo scenario "importazione bramme" oggi in discussione a Taranto. Secondo fonti sindacali dirette (Il Sole 24 Ore, 11 settembre 2026), l'intera area a freddo di Taranto — con tutte le linee in marcia (due treni nastri, treno lamiere, laminatoio a freddo, tubificio) — assorbirebbe circa 1.600 lavoratori [14]. Ma oggi, con solo il treno nastri 2 e la finitura nastri attivi, lavorano realmente circa 400 persone — il resto è in cassa integrazione [14].
Il treno nastri 2 ha una capacità di laminazione di circa 8.000 tonnellate al giorno [15], pari a una capacità teorica massima di circa 2,4 milioni di tonnellate/anno se alimentato a pieno regime — oggi non lo è, perché limitato dalla scarsità di bramme disponibili, non dalla manodopera.
Per raggiungere l'ipotesi di 4 milioni di tonnellate, il solo treno nastri 2 non basterebbe: servirebbe riattivare almeno un'altra linea (verosimilmente il treno nastri 1, che storicamente affiancava il TNA2 fino a una capacità combinata di circa 6 milioni di tonnellate/anno) [16]. In termini di personale, questo significherebbe un numero intermedio tra i 400 di oggi e i 1.600 "a tutti gli impianti" — verosimilmente nell'ordine di 700-1.000 persone, a seconda di quali linee specifiche vengano riattivate e con quale grado di automazione.
Una precisazione metodologica onesta: questo intervallo (700-1.000) è una stima ragionata costruita interpolando tra due dati certi (400 e 1.600), non un numero direttamente confermato da una fonte. Non esiste, nelle fonti pubbliche consultate, un dato che indichi esplicitamente quanti lavoratori servirebbero per una produzione specifica di 4 milioni di tonnellate nello scenario di sola importazione bramme. Lo segnaliamo come lacuna informativa, non come certezza.
Il punto centrale, in ogni caso, resta identico: rispetto ai 3.000-4.000 lavoratori oggi legati all'area a caldo, qualunque tecnologia o configurazione si scelga comporta un ridimensionamento strutturale della forza lavoro — non è una scelta tra "salvare tutti i posti" o "perderli tutti", ma tra quale livello, più basso rispetto a oggi, si è disposti ad accettare.
A chi serve davvero "l'area a caldo"
C'è un aspetto che raramente viene detto ad alta voce, eppure è scritto nero su bianco proprio sul sito ufficiale di Acciaierie d'Italia: "Da Taranto non partono solo i prodotti siderurgici destinati alla clientela nazionale e internazionale, ma anche i coil e gli altri prodotti intermedi destinati a gran parte delle lavorazioni nelle altre unità produttive di Acciaierie d'Italia, in particolare Genova e Novi Ligure" [10].
Novi Ligure, si legge sempre dalle fonti aziendali, riceve i propri semilavorati direttamente da Taranto — non produce nulla in proprio dal minerale [11]. Esiste persino una flotta dedicata a questo trasporto interno (una nave cargo, quattro spintori, otto chiatte) che porta materiale da Taranto a Genova, e da lì verso Novi Ligure, Racconigi, Legnago e Paderno Dugnano [12].
La conferma più diretta arriva dagli stessi sindacati, proprio in questi giorni: il segretario Fiom di Genova propone di "mantenere la continuità produttiva attraverso l'acquisto sul mercato di bramme di acciaio da trasformare in rotoli nei laminatoi di Taranto e poi lavorare negli impianti del Nord" [13]. Un altro dirigente sindacale aggiunge: le fabbriche del Nord "devono essere alimentate con rotoli che possono arrivare da qualsiasi parte" [13].
Taranto, in altre parole, funziona in larga parte come fornitore interno per il resto del gruppo. Quando si invoca "l'interesse nazionale" per giustificare la continuità dell'area a caldo, si sta parlando anche — e forse soprattutto — dei posti di lavoro di Genova, Novi Ligure e Racconigi, non solo di quelli tarantini. È un aspetto che complica non poco la narrazione più diffusa, in entrambe le direzioni: chi difende Taranto "per l'Italia" dovrebbe ammettere che parte del beneficio va altrove; chi minimizza l'impatto della chiusura sui lavoratori tarantini dovrebbe fare i conti con l'effetto a catena su altri stabilimenti che da Taranto dipendono.
In sintesi
Un impianto che pesa per il 9-10% della produzione nazionale, in un Paese che già importa il 70% del proprio fabbisogno di acciai piani, non è la "sovranità industriale della nazione" che si vuole far credere. Qualunque tecnologia sostituisca l'attuale ciclo integrale comporterà comunque, per la sola fisica del processo produttivo, un numero di occupati molto inferiore a quello di oggi. E buona parte di ciò che l'area a caldo produce non serve nemmeno Taranto direttamente, ma alimenta gli stabilimenti del gruppo al Nord.
Chi vuole discutere onestamente del futuro di Taranto dovrebbe partire da qui: non "quanti posti si salvano" in astratto, ma quanti posti sono davvero salvabili, con quale tecnologia, a beneficio di chi esattamente — e chi si prende la responsabilità di dirlo chiaramente invece di promettere ciò che nessuna tecnologia oggi disponibile, né alcuna filiera reale, può garantire.
FONTI
[1] Il Nord Est, "La prossima chiusura dell'Ilva apre una prateria all'import d'acciaio", settembre 2026
[2] IrpiMedia, "Ex Ilva di Taranto, transizione impossibile", 2023 (dati produzione 2021-2022)
[3] Corriere di Taranto, "Stop Ilva: buco da 5 milioni di acciaio per l'Italia", agosto 2026
[4] MilanoFinanza, "Acciaio, l'Italia è il secondo produttore in UE", 2025
[5] Corriere di Taranto, cit.
[6] PeaceLink, "L'introduzione dell'idrogeno nel processo produttivo dell'acciaio"; PeaceLink, "L'acciaio 'green' taglia del 75% la forza lavoro"
[7] A Fuoco, "I costi dell'acciaio verde", maggio 2025 (intervista a Lidia Greco, Fondazione Di Vittorio)
[8] Come nota [6]
[9] Modofluido, "Altoforno moderno: quali prospettive per ridurre i consumi?"
[10] Acciaierie d'Italia, sito ufficiale, sezione "Prodotti"
[11] Acciaierie d'Italia, sito ufficiale, sezione "About Us" (Novi Ligure)
[12] Acciaierie d'Italia, sito ufficiale, sezione "Chi Siamo"
[13] Genova24, dichiarazioni Fiom Genova (Stefano Bonazzi, Armando Palombo), 11 settembre 2026
[14] Il Sole 24 Ore, "Ex Ilva Taranto: piano governativo a fasi per gestire lo stop all'area a caldo", 11 settembre 2026
[15] Quotidiano di Puglia / PugliaSera, "Ex Ilva, fino al 7 ottobre fermo il treno nastri 2", settembre 2024
[16] Tarantinitime, "Ex Ilva: riparte domani Treno Nastri 2, situazione resta critica", aprile 2024

































































