Taranto … com’era … tra mito e storia

Il DRI: cosa cambia davvero

"Decarbonizzazione" è la parola che tutti ripetono. "DRI" è la tecnologia specifica dietro quella parola. Viene presentata, quasi sempre, come la soluzione: quella che chiuderebbe la partita tra salute e lavoro, permettendo di continuare a produrre acciaio senza pagarne il prezzo ambientale. Non è così, o almeno non nella forma in cui viene raccontata oggi e i motivi, come vedremo, sono tecnici e verificabili, non un'opinione. Ma cos'è davvero il DRI, e soprattutto: quale DRI, esattamente, aspetterebbe Taranto? Proviamo a rispondere con ordine.

Cos'è il DRI
Il DRI (Direct Reduced Iron, "ferro ridotto diretto" o preridotto) è un processo che produce ferro a partire dal minerale senza fonderlo, a differenza dell'altoforno. Il minerale viene trattato con un gas riducente — gas naturale trasformato in gas di sintesi, o in prospettiva idrogeno — che rimuove l'ossigeno a circa 800-900°C, ben sotto il punto di fusione del metallo. Il risultato, un materiale poroso simile a una spugna metallica, viene poi caricato in un forno elettrico per diventare acciaio [1].
Sostituire l'altoforno a carbone con la coppia DRI + forno elettrico modifica il profilo emissivo delle fasi centrali del ciclo produttivo. Non significa, però, che l'impatto ambientale complessivo dello stabilimento sparisca — come mostrano i punti seguenti.

Due piani diversi, due destini diversi
Non esiste un solo progetto DRI per Taranto. Ne esistono due, alternativi e incompatibili, e quale dei due si realizzerà dipende da chi si aggiudicherà lo stabilimento — non da una scelta industriale pubblica e meditata.
Il piano "ufficiale" (DRI Italia, controllata da Invitalia) prevede la produzione in loco: il preridotto si ricava dal minerale di ferro direttamente a Taranto, con una torre di riduzione dedicata, utilizzando (con adeguamenti) i parchi minerari esistenti [2].
Il piano attribuito alla cordata indiana Jindal prevede l'esatto contrario: il preridotto arriverebbe già pronto dall'Oman, via nave, e a Taranto resterebbe solo la fusione nei forni elettrici [3].
I due scenari comportano infrastrutture, occupazione ed emissioni radicalmente diverse:

Area operativa  Produzione locale Importazione (solo fusione)
Occupazione suolo Molto elevata Contenuta
Gas/rigassificatore Necessario in sito Non necessario allo stesso modo
Porto e parchi minerari Ruolo centrale Ruolo ridotto
Emissioni dirette in sito  Elevate Minime (ma "esternalizzate" altrove)
Occupazione Include l'impianto DRI Solo la fusione, meno posti


Il combustibile: gas, non idrogeno
Il gas naturale copre oggi il 74% della produzione mondiale di DRI, e nel processo non è solo combustibile: è l'agente chimico che riduce il minerale [4]. Un impianto da 2 milioni di tonnellate/anno richiede circa 550 milioni di m³ di gas all'anno; per un polo delle dimensioni storicamente ipotizzate a Taranto, il fabbisogno stimato supera i 2,7 miliardi di m³/anno [5].
Il DRI a gas naturale non è a emissioni zero: genera comunque 0,5-0,6 tonnellate di CO₂ per tonnellata di preridotto prodotto [6]. E l'obbligo di passare all'idrogeno è già stato tolto per decreto a giugno 2025 — restando, per ora, solo un'opzione futura "hydrogen-ready", condizionata alla disponibilità e al costo dell'idrogeno verde su scala industriale, ancora lontani [7].

La CO2 che resta: serve catturarla e stoccarla
Per ridurre davvero le emissioni servirebbe un sistema di cattura e stoccaggio (CCS), capace di intercettare fino a 0,5 tonnellate di CO₂ per tonnellata di DRI [8]. Ma il sistema ha un costo energetico proprio (la "penalità energetica" per rigenerare i solventi chimici) e richiede un'infrastruttura logistica complessa: compressione, liquefazione, trasporto via gasdotto o nave fino a giacimenti esausti offshore, iniezione a 1.500-3.000 metri di profondità [9]. Nel 2026 sono entrate in servizio le prime navi al mondo progettate specificamente per il trasporto di CO₂ — la tecnologia esiste, ma è agli inizi, costosa, e per Taranto tutta da costruire [10].

Un esempio che insegna: Dunkerque
ArcelorMittal ha confermato un investimento da 1,3 miliardi di euro per un EAF a Dunkerque, spesso citato come modello di transizione verde europea [11]. Ma un'analisi indipendente rivela un dettaglio importante: il nuovo forno sarà alimentato solo al 60% da rottame, con il resto proveniente da un mix di preridotto e ghisa liquida da un altoforno ancora attivo — la produzione di ferro a carbone continuerà comunque a monte [12]. Anche l'esempio più citato come "la strada giusta", nei fatti, resta una transizione parziale.

I rischi che pochi raccontano
Il DRI non è un materiale innocuo da maneggiare. È classificato dalle normative marittime internazionali (Codice IMSBC) come merce pericolosa: a contatto con acqua o umidità può liberare idrogeno esplosivo, e riossidandosi all'aria può autocombustere superando i 900°C [13]. Un incidente reale — l'esplosione della nave Ythan, con perdita di vite umane — ha portato l'IMO a inasprire più volte le norme di trasporto [14]. Anche nella fusione, il DRI richiede controlli rigorosi: caricato in modo scorretto può causare rigurgiti violenti di metallo fuso o, in presenza di umidità residua, esplosioni da idrogeno dentro lo stesso forno elettrico [15].

In sintesi
Il DRI non è la parola magica che risolve tutto. È una tecnologia reale, con vantaggi reali rispetto al vecchio altoforno — ma resta legata al gas naturale, non elimina il bisogno di minerale importato via porto, richiede un sistema di cattura CO₂ ancora da costruire, e comporta rischi di sicurezza specifici che la sua stessa industria classifica come pericolosi.
Soprattutto, per Taranto non è ancora nemmeno chiaro quale dei due DRI arriverebbe — quello prodotto in loco, con tutto l'impatto diretto che comporta per la città, o quello importato, con un impatto locale minore ma comunque significativo ed un futuro occupazionale più incerto. Finché questa scelta resta aperta, parlare di "decarbonizzazione" come se fosse già una soluzione pronta e pulita è, nella migliore delle ipotesi, un'approssimazione. Nella peggiore, un modo per non affrontare la domanda vera: quale prezzo, e per chi, comporta ciascuna delle due strade.

FONTI
[1] Sintesi tecnica di processo, letteratura Midrex/Energiron
[2] Quotidiano di Puglia, "Ex Ilva e decarbonizzazione, primi passi. Dri Italia e preridotto: c'è la firma", ottobre 2024
[3] QualEnergia, "Ex Ilva, il progetto Dri-idrogeno perde i fondi dedicati", luglio 2026
[4] Letteratura tecnica di settore (processi Midrex, Energiron)
[5] Acciaierie d'Italia, dati di fabbisogno gas per impianti DRI
[6] Market Reports World, stime emissioni CO₂ DRI a gas naturale
[7] Invitalia; decreto giugno 2025 sull'obbligo idrogeno (vedi capitolo "Decarbonizzazione")
[8] Midrex Technologies, dati cattura CO₂ processo Midrex
[9] Analisi tecnica logistica CCS offshore, progetti Ravenna CCS (Eni/Snam) e Aramis (Mare del Nord)
[10] Progetto Greensand, Danimarca — nave Carbon Destroyer 1
[11] ArcelorMittal Europe, comunicato ufficiale, febbraio 2026
[12] SteelWatch, analisi indipendente sull'investimento di Dunkerque, febbraio 2026
[13] IMO, International Maritime Solid Bulk Cargo Code (IMSBC Code)
[14] Skuld P&I Club, circolare marittima sull'incidente della nave Ythan
[15] Letteratura tecnica su reazioni chimiche DRI-EAF (documento di riferimento interno, Sezione 6)

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**005. Archita di Taranto** La prima metà del IV secolo a.C. è dominata da Archita, filosofo pitagorico, matematico e stratega, eletto capo della confederazione italiota che comprendeva Metaponto, Turi, Crotone, Velia e Napoli. Amico personale di Platone, fu uno dei più grandi intellettuali dell'antichità.

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