Taranto … com’era … tra mito e storia

IL GIORNO IN CUI TARANTO HA VINTO

Una coincidenza che pesa nella memoria collettiva: questa sentenza arriva esattamente nel giorno del venticinquesimo anniversario dell'11 settembre 2001. Un'altra data, con un altro peso, che la storia sceglie di intrecciare a quella di Taranto.

L'11 settembre 2026 la Corte d'Appello civile di Milano ha respinto la richiesta di sospensiva presentata da Acciaierie d'Italia e Ilva in Amministrazione Straordinaria. Il blocco dell'area a caldo dell'ex ILVA, disposto a fine luglio, resta confermato: dovrà essere attuato entro il 28 ottobre 2026.

Non è la fine di una vicenda che dura da pochi mesi. È il punto d'arrivo di un percorso giudiziario iniziato cinque anni fa.

Il percorso giudiziario

Tutto nasce da un procedimento civile avviato a Milano nel 2021 da undici cittadini di Taranto — tra loro, un bambino di 12 anni gravemente malato — assistiti dagli avvocati Maurizio Rizzo Striano e Ascanio Amenduni, riuniti nell'Associazione Genitori Tarantini.

Da allora, la causa è passata per quattro pronunce, tutte favorevoli ai cittadini:

  1. Una decisione del Tribunale
  2. Una pronuncia della Corte di Giustizia dell'Unione Europea
  3. Due decisioni della Corte d'Appello di Milano — la seconda delle quali, quella dell'11 settembre 2026, rigetta definitivamente il tentativo di Acciaierie d'Italia di bloccare l'esecuzione del provvedimento.

È un percorso che ha attraversato il diritto interno, quello europeo, e infine è tornato al diritto interno per la conferma esecutiva — un caso raro di piena convergenza tra i diversi livelli di giustizia coinvolti.

Le motivazioni della Corte

Il cuore della decisione sta in una frase che i giudici hanno scritto senza ambiguità:

"Un impianto si può sempre sostituire, mentre la vita e la salute umana no."

La Corte ha chiarito che, nel bilanciamento tra il diritto costituzionale all'esercizio dell'attività d'impresa e quello dei cittadini alla salute e al rispetto dei limiti di tollerabilità delle emissioni, "non può che prevalere quest'ultimo" — richiamando esplicitamente anche la giurisprudenza della Corte di Giustizia europea.

Un passaggio tecnico dei giudici merita di essere riportato per intero, perché smonta uno degli argomenti più ricorrenti nel dibattito pubblico di queste settimane: gli altiforni di Taranto hanno 60 anni, "vengono rattoppati senza soluzione di continuità alla meno peggio" e sono stati "più volte fermati per interventi di adeguamento e poi regolarmente riavviati". Non sono quindi impianti che uno stop "distruggerebbe" in modo imprevedibile, come sostenuto da AdI nel proprio ricorso: la loro storia recente è già fatta di fermate e riavvii.

Sul piano procedurale, i giudici hanno inoltre specificato che lo spegnimento dell'area a caldo era stato disposto per due ragioni precise: rimuovere l'amianto, "tuttora pacificamente presente", e ricondurre le polveri sottili entro i limiti di sicurezza. Due obiettivi che, come già documentato nel capitolo "Decarbonizzazione" di questo dossier, nessun piano di transizione tecnologica oggi sul tavolo affronta: la decarbonizzazione riguarda il combustibile degli altiforni, non l'amianto né la filiera del minerale.

Cosa cambia da ora

La scadenza operativa resta il 28 ottobre 2026. Il 16 settembre, talvolta citato nei giorni scorsi, è un dettaglio tecnico interno alle operazioni di spegnimento (il punto oltre il quale l'operazione diventerebbe irreversibile secondo AdI stessa) — non una scadenza giuridica autonoma, e va letto come tale, senza allarmismi aggiuntivi.

Resta pendente un ricorso in Cassazione, presentato da AdI prima ancora di questa pronuncia — la Corte d'Appello lo ha esplicitamente richiamato, chiarendo che non le competeva rivalutare nel merito le ragioni del blocco originario.

Le reazioni istituzionali si sono mosse rapidamente: la premier Meloni ha annunciato la riconvocazione immediata del tavolo di crisi; il sindaco Bitetti ha chiesto l'insediamento urgente del tavolo interministeriale; i sindacati (Fim, Fiom, Uilm) hanno chiesto una convocazione immediata a Palazzo Chigi, definendo il rischio di una "bomba sociale" da evitare con misure straordinarie.

Per i cittadini che hanno promosso la causa, la reazione è stata di sollievo dopo anni di attesa. L'avvocato Amenduni ha parlato di una città che "potrà tornare a respirare", aggiungendo un pensiero esplicito ai lavoratori: la speranza che "la Regione e il governo sapranno insieme salvare la posizione di chi dovesse perdere il lavoro a causa di questo verdetto".

Perchè questo Capitolo non chiude il Dossier

Questa sentenza risolve una domanda — se l'area a caldo debba fermarsi — ma ne apre immediatamente altre, a cui questo dossier ha già provato a rispondere con numeri verificabili:

  • Quanto costerebbe la transizione dei lavoratori, e con quali fondi → capitolo "Le Bonifiche"
  • Cosa significherebbe davvero "decarbonizzazione" per l'area a freddo restante, e perché non equivale a fine dell'inquinamento → capitolo "Decarbonizzazione"
  • Quali sono le due strade concretamente percorribili da qui, con tempi e costi reali → capitolo "Le Due Strade, con i Numeri"

La sentenza ha stabilito un principio — la salute prevale. Non ha ancora scritto il piano di chi lo dovrà attuare, con quali soldi, entro quando. È esattamente lì che questo dossier continuerà a guardare.

FONTI

[1] ANSA, "Ex Ilva, la Corte d'Appello di Milano conferma il blocco dell'area a caldo", 11 settembre 2026

[2] ANSA, dichiarazione della premier Giorgia Meloni, 11 settembre 2026

[3] ANSA, dichiarazione del sindaco di Taranto Piero Bitetti, 11 settembre 2026

[4] ANSA, nota congiunta Fim, Fiom, Uilm, 11 settembre 2026

[5] ANSA, dichiarazioni dell'avvocato Ascanio Amenduni, 11 settembre 2026

[6] ANSA, nota di Avs/Verdi Taranto e Puglia, 11 settembre 2026

[7] Per approfondimenti su costi, tempi e alternative tecnologiche: vedi capitoli "Decarbonizzazione", "Le Bonifiche" e "Le Due Strade, con i Numeri" di questo dossier

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