Taranto … com’era … tra mito e storia

LA CITTÀ CHE NON ESISTE

Negli ultimi giorni, su ex ILVA, hanno parlato tutti. Sindacati, associazioni datoriali, politici nazionali e locali, imprenditori, ministri. Comunicati, lettere aperte, conferenze stampa, interviste, dichiarazioni rilasciate a raffica, spesso nel giro di poche ore l'una dall'altra. Proviamo a rileggerle tutte insieme, una accanto all'altra — non per la cronaca, ma per vedere cosa manca.

CHI PARLA

I sindacati (Fim, Fiom, Uilm, Usb) hanno scritto una lettera aperta alla premier Meloni, denunciando il rischio di una "bomba sociale e ambientale senza eguali" e ricordando che "il governo più longevo della storia repubblicana" non ha ancora dato risposte a "migliaia di lavoratori" [1][2]. Hanno chiesto un incontro urgente alle associazioni datoriali, definendo la mossa di Aigi sui licenziamenti "una fuga in avanti" [3]. Parlano di lavoratori, di occupazione, di ammortizzatori sociali. È il loro mandato, ed è legittimo.

Aigi, l'associazione delle imprese dell'indotto, ha annunciato l'invio di 2.500 lettere di licenziamento collettivo, in un comunicato dai toni drammatici che accosta "la festa a Bari" al "funerale a Taranto" [4]. Parla di lavoratori, di aziende, di allarme.

I politici locali: il sindaco di Taranto, portando la voce del Comune al tavolo dell'8 settembre a Palazzo Chigi, ha detto di voler "tutelare la salute dei cittadini e a partire da quella dei lavoratori" [5] — ed è, va detto con onestà, una delle poche dichiarazioni di questi giorni a nominare esplicitamente la salute pubblica prima ancora del lavoro. Ma la frase resta un principio generico, senza una sola proposta operativa che lo accompagni: nessun fondo, nessun piano, nessuna misura concreta indicata per la tutela sanitaria dei cittadini, mentre le richieste sindacali per i lavoratori arrivano con cifre, scadenze, ammortizzatori specifici.

I politici nazionali: un deputato pugliese di maggioranza ha commentato con soddisfazione "il metodo istituzionale scelto dall'esecutivo" per la convocazione dei tavoli di settembre [6] — un plauso alla forma della convocazione, non un contenuto nel merito.

Gli industriali, attraverso l'intervista di un imprenditore tarantino già analizzata in questo sito, hanno chiesto un ruolo nella cordata di acquisizione, mettendo sul tavolo un milione di euro e argomentando contro la separazione tra area a caldo e area a freddo — in un'intervista che, dall'inizio alla fine, non nomina mai l'inquinamento o la salute dei cittadini [7].

Il ministro competente, secondo la denuncia delle stesse organizzazioni sindacali, "fa la conta delle presunte manifestazioni di interesse annunciando nuovi investitori, che lo smentiscono dopo poche ore" [3] — mentre in un'altra occasione ha rivendicato un primato nazionale sull'acciaio "green" costruito da un'altra tecnologia, in un altro luogo, da altre aziende, come già documentato in questo sito.

Un'ulteriore associazione, AGISCI Italia, è intervenuta con un documento lunghissimo e dettagliato — quasi tremila parole — che elenca uno per uno gli strumenti europei e nazionali disponibili: Just Transition Fund, FESR, FSE+, InvestEU, Innovation Fund, RFCS, CISAF [11]. Un vero e proprio manuale di sigle e acronimi. In tutto il documento, dedicato esplicitamente anche alla "transizione ambientale" e alla "decarbonizzazione", non compare mai una sola volta la parola "salute", né "inquinamento", né "cittadini". Si parla di lavoratori, imprese, competitività, energia — mai delle persone che quella transizione la respirano.

IL VOCABOLARIO DEL POTERE

Colpisce, mettendo questi testi uno accanto all'altro, la ricorrenza delle stesse parole: "bomba sociale", ripetuta identica da sindacati e organizzazioni datoriali in comunicati diversi [1][2][3][4]. "Effetto domino", "tracollo", "disastro" [8]. È un linguaggio dell'emergenza, costruito per fare pressione — e probabilmente sincero nella paura che esprime. Ma è quasi sempre un'emergenza per il lavoro. Quando compare la parola "salute", è quasi sempre di passaggio, in una subordinata, mai al centro di una richiesta con numeri e scadenze proprie.

C'è anche un secondo registro linguistico che merita attenzione: quello tecnico-burocratico, fatto di sigle e strumenti finanziari elencati come garanzia di serietà. Più il linguaggio si infittisce di acronimi — JTF, FESR, CISAF — più sembra autorevole. Ma la sostanza, spogliata delle sigle, resta spesso la stessa: "verificare", "valutare", "coordinare" — verbi che rimandano sempre a un'azione futura, mai a un impegno preso ora.

Nessuno, in queste settimane, ha scritto una lettera aperta alla premier per chiedere "un tavolo sulla salute dei tarantini" con la stessa urgenza con cui si chiede un tavolo sul lavoro. Nessuna associazione datoriale ha mai anteposto la tutela sanitaria della città alla propria richiesta di continuità produttiva.

CHI NON PARLA MAI

C'è un'associazione che ha portato la vicenda ex ILVA fino alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, ottenendo una pronuncia storica contro l'Italia. Undici genitori, un bambino tra loro, anni di battaglie legali per la salute dei propri figli. Eppure, in nessuna delle dichiarazioni di questi giorni — nessuna, di nessuno degli attori citati sopra — compare il nome dell'Associazione Genitori Tarantini. Non nei comunicati sindacali, non nelle dichiarazioni datoriali, non nei commenti dei politici locali o nazionali.

Il presidente della Regione Puglia non li riceve da mesi, nonostante una PEC inviata e rimasta senza risposta, e persino una lettera letta in video dal più piccolo degli undici firmatari [9]. Eppure sarà lui, insieme a sindaco e presidente della Provincia, seduto al tavolo dell'8 settembre a rappresentare "gli enti locali" [5][10] — un tavolo a cui i cittadini che hanno vinto in un tribunale europeo non sono mai stati invitati.

IN SINTESI

Taranto, in questi giorni, esiste solo come sfondo. Esiste come "il capoluogo ionico" su cui si abbatterà il disastro, come il luogo dove arriveranno le lettere di licenziamento, come la sede della fabbrica che tutti citano. Non esiste mai come comunità di persone che respirano un'aria specifica, che hanno un'aspettativa di vita misurabile e più bassa della media nazionale, che hanno già vinto — da sole, senza microfoni, senza tavoli a Palazzo Chigi — una causa storica contro lo Stato italiano.

Ogni attore in campo — sindacati, imprese, politici di ogni livello — parla con legittimità della propria parte in causa. Ma nessuno, finora, ha scritto un decreto, una lettera aperta, un comunicato con la città al centro, e non come effetto collaterale di qualcos'altro. Quattordici anni di decreti per la fabbrica. Non uno per la città che la ospita.

FONTI

[1] Il Fatto Quotidiano, "Ex Ilva, Taranto: licenziamenti indotto, governo, festa", 4 settembre 2026

[2] Collettiva.it, "Indotto ex Ilva, 2.500 licenziamenti a Taranto", 4 settembre 2026

[3] TarantoToday, "Taranto, sindacati attaccano Aigi, stop licenziamenti indotto", 5 settembre 2026

[4] La Gazzetta del Mezzogiorno, "Crisi dell'ex Ilva: pronte 2.500 lettere di licenziamento", 4 settembre 2026

[5] TarantoToday, "Taranto, ex Ilva partite lettere licenziamento indotto, intervento sindaco", 4 settembre 2026

[6] PugliaIn, "Ex Ilva, Iaia (FdI): Bene Meloni, a settembre il confronto decisivo per il futuro di Taranto"

[7] Intervista Vincenzo Cesareo, CEO Comes Spa (vedi capitolo "La Proposta")

[8] Open, "Ex Ilva, via ai licenziamenti per 2.500 lavoratori dell'indotto. I sindacati a Meloni: Rischio bomba sociale", 4 settembre 2026

[9] Testimonianza diretta, Cinzia Zaninelli, amministratrice Associazione Genitori Tarantini

[10] TarantoToday, cit.

[11] AGISCI Italia, comunicato stampa, dichiarazione del Segretario Nazionale Fabio Desideri, settembre 2026

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