Taranto … com’era … tra mito e storia

LE DUE STRADE ... CON I NUMERI


Sull'ex ILVA si scontrano da anni due strade diverse: chiudere l'area a caldo, oppure trasformarla tecnologicamente e tenerla accesa. Chiunque segua la vicenda anche solo distrattamente conosce ormai questo bivio. Quello che manca quasi sempre, in ogni dichiarazione pubblica, è la parte più semplice e più importante: cosa si farebbe, con quali soldi, entro quando, in ciascuno dei due scenari. Proviamo a scriverla noi, con i numeri già verificati in questo dossier.

SCENARIO 1 — Si chiude l'area a caldo
I tempi tecnici reali
Fermare un altoforno non è premere un interruttore, ma nemmeno l'operazione pluriennale che talvolta si racconta. La procedura tecnica standard, documentata più volte negli anni sugli stessi impianti di Taranto, prevede 34 fasi operative in sequenza, per un tempo complessivo di circa un mese dall'avvio dei lavori, con un costo, per un singolo altoforno, dell'ordine di un milione di euro [1][2].
C'è però una distinzione tecnica importante da fare, che raramente viene spiegata bene: un conto è il "fermo" (uno stop reversibile, da cui si può ripartire relativamente in fretta), un altro è lo "spegnimento" definitivo. Fermate e riaccensioni ripetute logorano i materiali refrattari che rivestono l'impianto — per questo, tecnicamente, si raccomanda che le fermate brevi non superino le due settimane [3]. Se invece l'altoforno resta spento a lungo, riaccenderlo in futuro richiederebbe una procedura molto più complessa e costosa: oltre un anno di lavori e decine se non centinaia di milioni di euro [4]. In altre parole: la decisione di fermare l'area a caldo, tecnicamente, è quasi un punto di non ritorno — non ha senso pianificarla come se fosse facilmente reversibile in un secondo momento.
L'operatività dell'area a freddo
Perché l'area a freddo (laminazione, finitura) resti operativa senza l'apporto degli altiforni, servirebbero nuovi forni di riscaldo per le bramme importate — impianti a gas (non elettrici, come talvolta si semplifica), che i produttori del settore realizzano in tempi contenuti, inferiori a un anno grazie alla prefabbricazione modulare.
Il costo della transizione dei lavoratori
Per i lavoratori direttamente legati all'area a caldo (una stima realistica: 3.000-4.000 persone), il costo di una transizione ordinata — riqualificazione, cassa integrazione, prepensionamenti — si aggira tra i 280 e i 360 milioni di euro nel biennio, secondo i calcoli già dettagliati in questo dossier.
Cosa manca, per farne un vero piano
Un cronoprogramma vincolante per i forni di riscaldo, con responsabile tecnico e scadenze pubbliche
L'impegno formale a destinare i 795 milioni del Just Transition Fund assegnati a Taranto proprio a questa transizione — fondi che rischiano concretamente di essere persi per scadenza a fine 2026, se i bandi non partono
Un piano di bonifica del suolo dell'area a caldo con budget dichiarato, non un generico rinvio a "valutazioni future"

SCENARIO 2 — Si trasforma tecnologicamente, restando accesa
Cosa significa oggi, davvero
"Decarbonizzazione" oggi significa, concretamente, DRI (preridotto) alimentato a gas naturale — non a idrogeno, obbligo tolto per decreto a giugno 2025. La riduzione realistica di CO2, secondo lo scenario più prudente disponibile, si attesta intorno al 30%, non al 90% che talvolta si sente citare (quella percentuale più alta descrive uno scenario a idrogeno verde, oggi non più previsto per legge).
Cosa manca, per farne un vero piano

- Onestà pubblica sul fatto che questa non è la transizione "pulita" che viene venduta, e un piano B se — come già successo una volta, a luglio 2026 — i fondi dedicati continuano a essere tagliati
- La consapevolezza che, restando nel ciclo DRI a minerale di ferro, i problemi ambientali legati allo scarico del minerale in porto, al trasferimento su nastri trasportatori e allo stoccaggio in stabilimento resterebbero sostanzialmente identici a oggi — la decarbonizzazione riguarda il tipo di combustibile usato negli altiforni, non la filiera del minerale a monte
- Un cronoprogramma vincolante anche per il resto della filiera dell'inquinamento (parchi minerari e nastri trasportatori tuttora scoperti), non solo per gli altiforni
- Una scadenza chiara per il sistema di cattura CO2 (CCS) già previsto (investimento dichiarato: 500 milioni di euro), di cui oggi non si sa nemmeno dove stoccherebbe l'anidride carbonica catturata

UN CONFRONTO CHE FA RIFLETTERE: SULCIS E TARANTO, STESSO FONDO, VELOCITÀ DIVERSE
Non serve nemmeno guardare all'estero per capire come dovrebbe funzionare un piano di transizione fatto bene. Lo stesso Just Transition Fund italiano finanzia, oltre a Taranto, anche il Sulcis Iglesiente in Sardegna, per la riconversione post-carbone dell'area. Secondo il monitoraggio ufficiale del programma, il Sulcis mostra "un avanzamento significativo": piani territoriali già adottati, bandi pubblicati tramite una piattaforma dedicata (SIPES), progetti in fase di selezione attiva. Per Taranto, invece, il "Piano Esecutivo" è stato pubblicato solo nel 2025, e i bandi — a oggi — non sono ancora partiti [5].
Stesso programma nazionale, stessa amministrazione centrale, stessa cornice normativa. La differenza di velocità non si spiega con la complessità del fondo, ma con quanto seriamente ciascun territorio lo ha attuato.

IL PUNTO VERO
Non stiamo dicendo che uno scenario sia giusto e l'altro sbagliato — resta un nodo politico ed economico legittimamente aperto, e le persone in buona fede possono ragionevolmente preferire l'uno o l'altro. Il punto è un altro: in nessuno dei due scenari, oggi, esiste un piano scritto, con numeri, responsabili e scadenze verificabili — mentre altrove, con lo stesso identico fondo europeo, quel piano esiste già ed è in esecuzione.
Chiunque è libero di preferire una strada piuttosto che l'altra. Ma la differenza tra una posizione seria e una dichiarazione da salotto sta tutta qui: dire cosa si farebbe, con quali soldi, entro quando — non limitarsi a invocare "chiarezza" e aspettare che decida qualcun altro.

FONTI
[1] Il Sole 24 Ore, "Ex Ilva, la procura ordina lo spegnimento dell'altoforno 2"; "Come si spegne un altoforno" (Agi)
[2] Cypag, "Quanto può costare ogni ora di fermo macchina in un altoforno"
[3] Il Sole 24 Ore, "Per spegnere gli altiforni dell'ex Ilva non basta schiacciare «off»: ecco perché"
[4] Il Post, "ArcelorMittal dice che spegnerà gli altoforni dell'ILVA"; "Come si spegne un altoforno" (Il Post, 2023)
[5] Andrea Verna — Politiche di Coesione e Programmazione Europea, "Il Just Transition Fund in Italia", giugno 2026
[6] Dati su forni di riscaldo, costi transizione lavoratori, fondi JTF, CCS: vedi capitoli "La Proposta", "Le Bonifiche" e "Decarbonizzazione" di questo dossier

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Pillole di Storia

**011. Quinto Ennio** Nato a Rudiae, nei pressi di Taranto, nel 239 a.C., Quinto Ennio si formò nella Taranto ancora profondamente greca. Portato a Roma da Catone, divenne il più grande poeta latino del suo tempo — autore degli Annales, il primo poema epico sulla storia di Roma.

Taranto nell'800 ... com'era

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