Taranto … com’era … tra mito e storia

LE RADICI DEL BIVIO

Per capire perché Taranto oggi si trovi davanti a un bivio — chiudere o trasformare l'area a caldo dell'ex ILVA — bisogna tornare indietro di quasi settant'anni, a una città che nel 1959 stava affrontando la sua prima, drammatica crisi del dopoguerra. Non per assolvere nessuno, né per condannare in blocco chi decise allora: ma perché le scelte di quegli anni — dove costruire, quanto vicino al centro abitato, chi ci guadagnò e chi ci perse — sono le stesse radici da cui è germogliato tutto quello che la città vive ancora oggi.
Questo articolo nasce come compagno di "Taranto al Bivio": se quello guarda al presente e al futuro dell'ex ILVA, questo guarda alle sue origini, con lo stesso metodo — fonti citate, verificate, senza sconti a nessuno.

LA TARANTO CHE C'ERA PRIMA
Nel 1958 Taranto contava oltre 25.000 disoccupati, saliti a più di 26.000 l'anno successivo — numeri enormi per una città che allora sfiorava i 170.000 abitanti [1]. Non era una città priva di storia industriale: era, nelle parole di chi l'ha raccontata, "una città militar-industriale... sorta intorno alla base della Marina e all'Arsenale" [2], attraversata però da una crisi occupazionale già acuta.
L'Arsenale Militare Marittimo, il più grande d'Italia, era in quegli anni pienamente attivo: la costruzione di navi da guerra sugli scali tarantini proseguì ininterrottamente dal 1894 fino al 1967, anno in cui la Marina Militare decise di abbandonare le nuove costruzioni per dedicare la struttura ai soli compiti di manutenzione della flotta [16]. Nel 1955-1960, quindi, l'Arsenale rappresentava ancora un cantiere navale a pieno regime, non la realtà quasi esclusivamente manutentiva che è diventata in seguito — un pilastro occupazionale solido, ma da solo evidentemente insufficiente ad assorbire una disoccupazione già a cinque cifre.
Il resto della provincia, va ricordato, era ancora un'economia in larghissima parte agricola: nel 1961 — l'anno stesso in cui l'Italsider muoveva i primi passi — quasi la metà della forza lavoro tarantina (49,5%) risultava occupata in agricoltura, percentuale che sarebbe scesa al 34,1% solo un decennio più tardi, proprio per effetto della nuova industrializzazione [17]. È il dato che dà sostanza concreta all'immagine di masserie, oliveti e vigne a tendone che punteggiavano l'area dove poi sarebbe sorto lo stabilimento — non un paesaggio incolto in attesa di essere "valorizzato", ma un tessuto produttivo agricolo vivo, seppure fragile.
Una delle cause principali della crisi occupazionale urbana aveva un nome preciso: i Cantieri Navali Tosi. Fondati nel 1914 dall'industriale Franco Tosi, specializzati nella costruzione di sommergibili per la Regia Marina, i Cantieri non si ripresero mai del tutto dalla devastazione della Seconda Guerra Mondiale. Alla vigilia del conflitto occupavano circa 3.000 lavoratori al giorno [3]; nel dopoguerra, tra una gestione inefficiente della riconversione industriale e la concorrenza di altri cantieri, la crisi si aggravò fino a che, nel 1958, gli stessi azionisti furono costretti a richiedere l'amministrazione controllata [4] — lo stesso anno esatto in cui la disoccupazione cittadina esplodeva.
Taranto aveva dunque, contemporaneamente: un pilastro militare-industriale (l'Arsenale) ancora attivo ma da solo insufficiente, un secondo pilastro storico (i Cantieri Tosi) che stava franando proprio in quegli anni, e un'ampia economia agricola circostante, fragile e a bassa redditività. È in questo contesto — non nel vuoto, non per caso — che prese forma la decisione di costruire lì il quarto centro siderurgico d'Italia.

PERCHÉ TARANTO
La scelta non fu affatto scontata. Il Governo aveva preso in considerazione anche Vado Ligure (Savona) e Piombino, dove il nuovo impianto sarebbe rientrato in uno stabilimento siderurgico già esistente [5]. Taranto fu scelta anche per motivi tecnici concreti — vicinanza al mare, terreno pianeggiante, grande disponibilità di calcare — ma la spinta decisiva fu politica e locale: "a Taranto partiti e sindacati di qualunque colore, enti locali e la curia premono perché venga scelta Taranto, ritenendo il siderurgico strumento per risolvere i problemi del lavoro e rilanciare lo sviluppo della città" [6].
Le condizioni nazionali che resero possibile l'operazione maturarono nel febbraio 1959, con la formazione del secondo governo Segni, in una fase di ripresa economica generale — "la disoccupazione diminuisce, aumenta l'industrializzazione e l'Italia si colloca tra i paesi più dinamici del mondo" [7]. Fu in questo clima che Governo, IRI e Finsider trovarono l'accordo per costruire quella che sarebbe diventata la più grande acciaieria d'Europa. I lavori iniziarono nel 1959 e si conclusero nel 1965 [7]. A sostenere finanziariamente l'operazione fu la Legge 634/57, che prorogò fino al 1965 l'attività della Cassa per il Mezzogiorno, mettendo a disposizione strumenti specifici per lo sviluppo industriale del Sud [1].
Sul piano dei numeri, quindi, la decisione aveva una sua logica difficilmente contestabile: una città con un'emergenza occupazionale reale, già in corso, non teorica. Il problema non fu se costruire, ma come e dove, esattamente.

TAMBURI: IL QUARTIERE CHE C'ERA GIÀ
È qui che la storia prende una piega che troppo spesso viene dimenticata. Il quartiere Tamburi — oggi identificato quasi esclusivamente come "il quartiere accanto all'Ilva" — esisteva da decenni prima che si parlasse di siderurgia.
Le sue origini risalgono a inizio Novecento, quando furono costruite le prime palazzine per le famiglie dei dipendenti ferroviari e degli operai degli stessi Cantieri Tosi [8] — lo stesso cantiere di cui si è appena parlato. L'area, allora, era nota per la sua vegetazione — una foresta di ulivi — e per la salubrità dell'aria: i tarantini vi si recavano d'estate per sfuggire al caldo del centro. Negli anni '20 vi si radicò persino un culto locale, quello di Sant'Antonio, con processioni che coinvolgevano l'intera cittadinanza [9].
Una fonte diretta, raccolta sul campo dal Sole 24 Ore, racconta di un intero condominio costruito nel 1955 — cinque anni prima della nascita dell'Italsider (1960) — i cui abitanti oggi vedono l'acciaieria dal proprio balcone [10]. La stessa fonte cita un residente che nota l'assurdità della propria condizione: "il paradosso è che Tamburi oltre mezzo secolo fa era residenziale. Tanto che noi paghiamo imposte alte sulla casa" [10].
Una testimonianza diretta, non tratta da fonti pubbliche ma dalla memoria personale di chi scrive questo articolo: "tra il 1958 e il 1960 i miei stessi genitori acquistarono due appartamenti proprio a Tamburi, in quello che allora era descritto come un quartiere nuovo, in via di sviluppo, con ampi spazi verdi — palazzine basse circondate da oliveti". Nessuno, all'epoca, poteva immaginare cosa quel quartiere sarebbe diventato.
Un dettaglio legale solleva interrogativi mai del tutto chiariti: quando fu realizzato il raddoppio dell'impianto nel 1964, sui terreni intorno allo stabilimento furono imposte servitù di inedificabilità totale o parziale, sancite dal piano regolatore dell'epoca [11]. Tamburi, a quella data, contava già 3-4mila abitanti — un insediamento consolidato, non un'area vuota su cui costruire senza conseguenze. Se e come quei vincoli furono davvero rispettati nell'espansione successiva del quartiere resta, secondo le fonti disponibili, una domanda senza una risposta definitiva.

L'AFFARE DEI TERRENI
Ma chi decise, nel concreto, dove tracciare i confini dello stabilimento? E chi ci guadagnò?
Una fonte preziosa su questo punto è il racconto di Alessandro Fantoli, il dirigente IRI inviato a Taranto per gestire l'acquisto dei terreni, che anni dopo raccontò la vicenda in un libro-intervista [12]. Fantoli descrive uno scontro dietro le quinte per la localizzazione esatta dell'impianto, che vide contrapposte due fazioni.
Da una parte, un gruppo di speculatori locali — secondo questa ricostruzione — che si gettò nella compravendita di terreni nella zona che loro stessi auspicavano per il nuovo impianto (più a nord, verso il fiume Tara) [13].
Dall'altra, lo stesso Fantoli trovò un alleato inatteso: l'allora presidente della Camera di Commercio di Taranto [12], Questi aveva acquistato, prima ancora della decisione ufficiale, alcune centinaia di ettari di terreno proprio nel perimetro poi scelto per lo stabilimento — terreni che cedette successivamente all'Italsider, a un prezzo che lo stesso Fantoli definisce "giusto", sostenendo che l'operazione servì a calmierare la speculazione dilagante sui prezzi dei terreni agricoli della zona [12].
È la versione di chi, dalla parte dell'IRI, aveva tutto l'interesse a raccontarla come un'operazione virtuosa. Una lettura più critica arriva da un'altra fonte, che cita i reportage dell'epoca del giornalista Antonio Cederna: Taranto viene descritta come una città "stretta nella morsa della speculazione privata", il cui sviluppo industriale avvenne "al di fuori di qualsiasi piano di interesse generale" [14] — un giudizio che lascia intendere una speculazione ben più diffusa del singolo episodio.
Per onestà verso il lettore, va detto che esiste anche una ricostruzione che complica la narrazione più immediata: secondo un'altra fonte, alla fine i terreni per le prime case operaie furono acquistati dall'Italsider in una zona (Nord-Est) diversa da quella su cui speculavano sia Fantoli sia il gruppo locale (Nord) — un dettaglio che, secondo questa lettura, ridimensiona l'accusa più diffusa secondo cui le case sarebbero state costruite deliberatamente a ridosso dello stabilimento per convenienza speculativa [15].
Quello che emerge con certezza, comunque, è un fatto difficile da smentire: chi aveva informazioni privilegiate su dove sarebbe sorto il più grande centro siderurgico d'Europa ebbe la possibilità, prima di chiunque altro, di posizionarsi economicamente su quella scelta — che fosse un vertice della Camera di Commercio o un gruppo locale con fiuto per gli affari.

IN SINTESI
La decisione di costruire l'Italsider a Taranto nacque da un'emergenza reale — una città con 25.000 disoccupati e il suo principale cantiere navale in amministrazione controllata. Su questo, i numeri danno ragione a chi scelse Taranto. Ma la stessa decisione fu presa senza risparmiare un quartiere già abitato, già vivo, con la propria storia e le proprie famiglie — e in un contesto in cui, come spesso accade quando si muovono grandi interessi pubblici, chi sapeva in anticipo seppe anche trarne vantaggio.
Sessant'anni dopo, Taranto si trova di nuovo a un bivio. Vale la pena ricordare come si arrivò al primo, per affrontare meglio il prossimo.

FONTI
[1] "La Fabbrica Promessa. Industria e sviluppo della provincia di Taranto", Rosaria Leonardi (IPSAIC)
[2] Minima et Moralia, "Dalla costruzione dell'Italsider al disastro dell'Ilva: storia di Taranto"
[3] Blunote.it, "Taranto: Ex Cantieri Tosi, tra nostalgia e progetti futuri"
[4] Wikipedia (IT), "Cantieri navali Tosi di Taranto"
[5] Generazione Magazine, "Quella dell'Ilva di Taranto è una storia assurda"
[6] "La Fabbrica Promessa", cit.
[7] Generazione Magazine, cit.
[8] TuttoSportTaranto, "La storia dei quartieri di Taranto / Tamburi, tra 'carusenidde' e industria"
[9] TuttoSportTaranto, cit.
[10] Il Sole 24 Ore, "Ex Ilva, storie di resistenza dal Rione Tamburi", giugno 2019
[11] Blog Il Sole 24 Ore (J. Giliberto), "Ilva: mi chiedo, il quartiere Tamburi è costruito su aree non edificabili?"
[12] Buonasera24/TarantoBuonasera, "L'Italsider e l'affare dei terreni", basato sul libro-intervista di Alessandro Fantoli
[13] Officina Primo Maggio, "Taranto, la maledizione di essere strategici"
[14] Officina Primo Maggio, cit., citando i reportage di Antonio Cederna
[15] Tiscali Notizie, "La vera storia dell'Ilva di Taranto e le malefatte immobiliari di monsignor Motolese"
[16] Informazioni Marittime / Ocean4Future, cronistoria Arsenale Militare Marittimo di Taranto
[17] Ministero della Cultura, Archivi d'Impresa — scheda periodo territoriale Taranto 1970-1980 (dati SVIMEZ 1961-1971)

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