Sei milioni di tonnellate, senza costruire nulla
C’è uno scenario per il futuro di Taranto che quasi nessuno, nel dibattito pubblico di queste settimane, sta raccontando per quello che è davvero: non un’ipotesi da costruire, ma una strada già pronta, in parte già in funzione oggi. Proviamo a ricostruirla con ordine, punto per punto.
Cosa esiste già, oggi
Quando l’area a caldo si fermerà, l’area a freddo — laminazione, finitura — non è vincolata da nessun provvedimento giudiziario. Può continuare a lavorare, a due condizioni: che riceva bramme dall’esterno (perché il siderurgico non potrà più produrle da sé), e che si allacci alla rete elettrica esterna (perché oggi la centrale interna dello stabilimento è alimentata dal recupero energetico dell’area a caldo stessa) [1].
La prima condizione è già realtà. Il treno nastri 2 — descritto dalla stessa Acciaierie d’Italia come “tra i più grandi d’Europa” [2] — marcia oggi a intermittenza con un mix di bramme prodotte internamente e bramme che arrivano già dall’esterno [1]. Non è un’ipotesi futura: sta succedendo ora, con circa 400 lavoratori attivi tra treno nastri 2 e finitura nastri.
E il forno per riscaldare quelle bramme non va costruito: esiste già. Dagli atti di un processo penale (Corte d’Assise di Taranto, udienza del 13 maggio 2019) emerge la descrizione di un contratto reale tra Fives Stein e Ilva S.p.A. per l’ammodernamento del “forno di riscaldo a spinta FAS 2 del Treno Nastri TNA 1” [3] — il treno nastri 1, oggi fermo per mancanza di bramme, ha il proprio forno di preriscaldo dedicato. E un documento tecnico ministeriale conferma l’esistenza anche del “forno 3 del treno lamiere” [4] — anche la terza linea di laminazione ha il proprio impianto.
Un dettaglio che rende tutto ancora più solido: lo stesso forno di TNA1 era già stato modificato per funzionare principalmente a gas metano, non più a gas di cokeria — secondo la testimonianza di un tecnico al processo, “perché è molto meglio di quello della cokeria” [3]. Il forno, quindi, è già in gran parte indipendente dai sottoprodotti dell’area a caldo che sparirebbero con lo stop.
In sintesi: le tre linee di laminazione a caldo di Taranto (TNA1, TNA2, treno lamiere) hanno già, ciascuna, il proprio forno di preriscaldo funzionante. Non serve costruire nulla — solo ripristino e manutenzione di impianti fermi per mancanza di materia prima, non per assenza di infrastruttura.
I fornitori reali, non ipotetici
Due fornitori concreti si sono già mossi. Antonio Marcegaglia, a capo dell’omonimo gruppo industriale e cliente storico di Taranto, ha manifestato pubblicamente disponibilità a fornire bramme allo stabilimento per preservarne la continuità produttiva [1]. E, nelle ultime settimane, una nave con un carico di bramme del gruppo ucraino Metinvest è già arrivata nel porto di Taranto [1][5] — non un’intenzione, una consegna reale.
Due paesi, due filiere commerciali diverse: la platea di potenziali fornitori di bramme è ampia e flessibile, un punto su cui torneremo.
Il vero nodo: l’energia elettrica
L’unico ostacolo davvero da risolvere, secondo le fonti sindacali, è l’approvvigionamento elettrico [1]. La centrale che oggi alimenta lo stabilimento è gestita da ENIPower (controllata Eni), e usa come combustibile primario il gas di scarto della raffineria Eni di Taranto, con il gas naturale come riserva [6] — un dettaglio che intreccia la questione energetica con accordi Eni-Ilva più ampi, meritevole di un approfondimento a parte.
Senza il recupero energetico dell’area a caldo, l’area a freddo dovrebbe collegarsi alla rete elettrica esterna — un investimento infrastrutturale reale, ma di natura completamente diversa (e presumibilmente più contenuta) rispetto a costruire un intero impianto DRI o un forno elettrico da zero.
Quanto si potrebbe produrre
Il treno nastri 2 da solo ha una capacità di laminazione di circa 8.000 tonnellate al giorno, pari a circa 2,4 milioni di tonnellate/anno se alimentato a pieno regime [7]. Storicamente, quando entrambi i treni nastri erano attivi insieme, la capacità combinata raggiungeva circa 6 milioni di tonnellate/anno [8].
Questa cifra — 6 milioni di tonnellate — non è casuale: è la stessa soglia di break-even indicata indipendentemente da Federacciai a dicembre 2025 [9], ed è coerente con il tetto massimo di produzione previsto anche nei piani ufficiali di decarbonizzazione con forni elettrici [10]. Tre fonti diverse, indipendenti tra loro, convergono sullo stesso numero.
Oggi, con solo due linee su tre attive, lavorano circa 400 persone. A pieno regime, con tutte le linee di laminazione operative, l’area a freddo assorbirebbe fino a 1.600 lavoratori [1].
Perché il confronto con Genova e Terni va fatto con cautela
Due esempi reali aiutano a inquadrare i costi — ma vanno letti nel contesto giusto, non messi semplicisticamente a confronto.
Terni (Arvedi AST): un nuovo forno di riscaldo bramme, inaugurato a dicembre 2025, costato circa 50 milioni di euro [11][12] — ma è il costo di un solo componente aggiunto a una linea produttiva già completa e funzionante, non di un impianto costruito da zero.
Genova (Cornigliano): qui la situazione è diversa e non comparabile con lo scenario “bramme importate” di Taranto. Cornigliano oggi non lavora bramme, ma coil già laminati a caldo, spediti da Taranto stessa, per le sole fasi di finitura a freddo (decapaggio, zincatura, banda stagnata) [13] — un prodotto diverso, più a valle, che non richiede alcun forno di preriscaldo. Il piano futuro di Genova (un nuovo forno elettrico da 2 milioni di tonnellate/anno) prevede invece la costruzione ex novo di un’intera linea — forno elettrico, colata continua, laminatoio — con un investimento stimato di circa 1 miliardo di euro e 24-30 mesi di lavori [14]. Un progetto che parte da zero, perché a Cornigliano l’area a caldo è chiusa dal 2005.
Genova, inoltre, non potrà avere un impianto DRI in loco: la torre di riduzione dovrebbe essere alta 140 metri, ma l’area è vincolata dal cono di atterraggio dell’aeroporto Cristoforo Colombo, che limita l’altezza massima a circa 48 metri — verifiche informali con Aeroporto ed ENAC hanno escluso la fattibilità [14]. Anche Genova, quindi, diventerebbe un caso reale di “DRI importato da altrove” — un ulteriore precedente concreto per lo stesso modello.
Taranto, in questo confronto, non assomiglia a nessuno dei due casi: non deve aggiornare un solo componente come Terni, né costruire un’intera linea come Genova — perché possiede già l’intera linea, ferma solo per mancanza di materia prima e di collegamento elettrico esterno.
L’impatto ambientale: stessa produzione, città diversa
Raggiungere 6 milioni di tonnellate/anno attraverso l’area a freddo con bramme importate non comporta: cokerie attive, altiforni in funzione, pressione continua sui parchi minerari, amianto rimesso in gioco — il motivo esplicito della sentenza dell’11 settembre.
Raggiungere lo stesso identico numero di tonnellate attraverso l’area a caldo trasformata (DRI + forno elettrico) comporterebbe comunque: minerale che arriva dal porto, nastri trasportatori (in parte ancora scoperti), un impianto di riduzione con le proprie emissioni dirette, e 2,7 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno solo per alimentare gli impianti DRI [20] — una quantità che la stessa nave rigassificatrice prevista per Taranto, secondo l’accordo di programma, non riuscirebbe nemmeno a coprire per metà: la FSRU pianificata ha una capacità di appena 1 miliardo di m³/anno [21], meno della metà del solo fabbisogno DRI, prima ancora di considerare gli ulteriori “poco più di 2 miliardi” necessari per i forni elettrici. Il resto dovrebbe arrivare da un ampliamento della rete SNAM esistente, oggi limitata a 2 miliardi di m³/anno e portabile a 5 miliardi solo dopo lavori infrastrutturali stimati in 3-4 anni.
Stessa produzione, stessa cifra, impatto locale radicalmente diverso. Non impatto zero — il processo di produzione dell’acciaio da minerale genera comunque emissioni, ma altrove, dove le bramme vengono effettivamente prodotte — ma per la domanda specifica “cosa cambia per Taranto e per il quartiere Tamburi”, la risposta è netta.
Un effetto ulteriore: la distanza fisica dalla città
C’è un aspetto che raramente viene considerato: lo smantellamento dell’area a caldo non significherebbe solo l’assenza di nuove emissioni, ma anche la scomparsa fisica delle strutture stesse — altiforni, cokerie, parchi minerari — che oggi sorgono a poche centinaia di metri dal quartiere Tamburi. Una volta demolite, quelle aree potrebbero diventare, di fatto, un cuscinetto di separazione tra l’attività industriale residua (l’area a freddo, più lontana dal quartiere) e la città — un allontanamento fisico, non solo emissivo, tra fabbrica e abitazioni.
Le perdite quotidiane, e una proposta da valutare
Mentre si discute il futuro, l’emorragia economica continua: secondo Federacciai, le perdite attuali oscillano tra 80 e 100 milioni di euro al mese [9] — circa 2,7-3,3 milioni di euro al giorno, una cifra strutturale da almeno sei anni [15].
Una parte della forza lavoro oggi in cassa integrazione — quella impiegata in mansioni non specialistiche, distinta dal personale certificato necessario per la bonifica vera e propria dell’amianto — potrebbe essere reimpiegata da subito in attività di smantellamento e pulizia delle aree già dichiarate sicure, trasformando una spesa pubblica passiva in lavoro produttivo, e riducendo nel frattempo l’entità delle perdite giornaliere. È un’ipotesi che, salvo verifiche più approfondite su vincoli contrattuali e di sicurezza, nessuna delle proposte istituzionali finora circolate ha ancora formulato in questi termini — la proposta più vicina (Federcontribuenti) prevede il reimpiego dei lavoratori nello smantellamento solo dopo la chiusura del 28 ottobre, non da subito [16].
L’argomento della “dipendenza dall’estero”, smontato
Una delle obiezioni più ricorrenti contro lo scenario delle bramme importate è che renderebbe l’Italia “più dipendente dall’estero in un segmento strategico” [17]. È un argomento che non tiene, per un motivo semplice: l’Italia non ha mai avuto una produzione domestica significativa di minerale di ferro. Un documento tecnico parlamentare lo conferma senza ambiguità: “L’Italia è un importatore netto di materie prime (minerali di ferro…)” [18] — non da oggi, da sempre. Le uniche miniere storiche (quelle dell’Elba) fornivano al massimo 200.000 tonnellate/anno più di un secolo fa, già chiuse da decenni [19].
Anche l’attuale ciclo integrale di Taranto si basa su minerale importato al 100%. La “dipendenza dall’estero” non è un rischio introdotto dallo scenario bramme: è la condizione strutturale dell’intera siderurgia italiana a ciclo integrale, da sempre. E lo stesso identico argomento si applicherebbe, con pari o maggiore forza, anche al minerale ad alta purezza necessario per il DRI (concentrato in meno paesi fornitori) o al DRI stesso importato dall’Oman nello scenario alternativo Jindal.
Le bramme, anzi, offrono una platea di fornitori più ampia e flessibile — lo dimostrano già oggi due fornitori reali, di origine completamente diversa: uno italiano (Marcegaglia), uno ucraino (Metinvest).
In sintesi
Lo scenario “area a freddo con bramme importate” non è un progetto da costruire: è una strada in gran parte già pronta, con impianti esistenti, fornitori già mobilitati, e un solo vero ostacolo infrastrutturale (l’energia elettrica) ancora da risolvere. Può raggiungere la stessa soglia produttiva (6 milioni di tonnellate) discussa per gli scenari di trasformazione tecnologica, con un impatto ambientale locale drasticamente inferiore, e con un potenziale di riassorbimento occupazionale immediato — se solo qualcuno, tra chi ha voce in questo dibattito, si prendesse la briga di dirlo con questa chiarezza.
FONTI
[1] Il Sole 24 Ore, “Ex Ilva Taranto: piano governativo a fasi per gestire lo stop all’area a caldo”, settembre 2026
[2] Acciaierie d’Italia, sito ufficiale, sezione “Prodotti”
[3] Tribunale di Taranto, Sezione Penale Corte d’Assise, trascrizione udienza 13/05/2019, procedimento R.G. 1/2016
[4] Ministero dell’Ambiente, portale VIA, “Chiarimenti richiesti a Ilva S.p.A.”
[5] Enrico Foscarini/Nicola Porro, “Ex Ilva, ecco cosa resta dopo il diktat giudiziario”, settembre 2026
[6] Documento tecnico Centrale Termoelettrica ENIPower di Taranto, portale VIA Ministero Ambiente
[7] Quotidiano di Puglia/PugliaSera; Tarantinitime, dati capacità treno nastri 2
[8] Tarantinitime, “Ex Ilva: riparte domani Treno Nastri 2, situazione resta critica”, aprile 2024
[9] Federacciai, dichiarazioni riportate da Energia Oltre, dicembre 2025
[10] Il Sole 24 Ore; La Gazzetta del Mezzogiorno, dichiarazioni ministro Urso, settembre 2025
[11] Corriere dell’Umbria, “Terni, bramma da record dal nuovo forno delle Acciaierie”, dicembre 2025
[12] Umbria24, “Arvedi-Ast chiude un 2025 memorabile”, dicembre 2025
[13] Genova24, “Ex Ilva, confermato il forno elettrico a Genova ma senza impianto Dri”, luglio 2025
[14] Genova24, cit.; Genova24, “Silenzioso, pulito e flessibile, cos’è il forno elettrico ad arco ipotizzato per l’ex Ilva di Cornigliano”, luglio 2025
[15] PeaceLink, dati storici perdite giornaliere, maggio 2020
[16] Buonasera24, “Federcontribuenti: ecco come uscire dalla crisi”, settembre 2026
[17] Moneta, analisi sulla dipendenza dall’estero, settembre 2026
[18] Documento parlamentare/WWF, “Il settore dell’acciaio in Italia: criticità ed opportunità”
[19] Miniere d’Italia, “L’ILVA e le miniere di ferro dell’Elba”
[20] Buonasera24, “Acciaierie d'Italia: ‘Rigassificatore necessario se Taranto sceglie la riconversione verde’”, luglio 2025
[21] Giornale di Taranto, “Accordo di Programma: produzione a 6 mln di tonnellate, nave di rigassificazione…”


































































